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	<title>La Meraviglia Del Possibile</title>
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	<description>Casa editrice dell&#039;Università Luiss</description>
	<lastBuildDate>Tue, 17 Sep 2024 10:34:11 +0000</lastBuildDate>
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	<title>La Meraviglia Del Possibile</title>
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		<title>Guarire dalla morte: l&#8217;immortalità è solo per i più ricchi</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/dovremmo-guarire-dalla-morte-articolo-lmdp-mirko-daniel-garasic/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2024 09:22:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[eterna giovinezza]]></category>
		<category><![CDATA[guarire]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte non viene di solito concettualizzata come una malattia. È un evento naturale che accade a tutti gli esseri viventi e fa parte del ciclo di vita. In alcuni casi, la morte può essere causata da una malattia, ma non è essa stessa una malattia. La morte è spesso vista come un passaggio verso [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La <strong>morte</strong> non viene di solito concettualizzata come una <strong>malattia</strong>. È un evento naturale che accade a tutti gli esseri viventi e fa parte del ciclo di vita. In alcuni casi, la morte può essere causata da una malattia, ma non è essa stessa una malattia. La morte è spesso vista come un passaggio verso un’altra fase dell’esistenza, a seconda delle credenze individuali o culturali. Nonostante questo, tra <strong>filosofi</strong> e <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/la-meraviglia-del-possibile/?_gl=1*1u5alfs*_up*MQ..*_ga*NTA4MDI4NDg1LjE3MjY1NjU3ODE.*_ga_GLRXHDRS4F*MTcyNjU2NTc3OC4xLjAuMTcyNjU2NTc3OC4wLjAuNjgxNTU5MTgz" target="_blank" rel="noopener"><strong>startup</strong></a> si sta facendo strada ormai da tempo l&#8217;idea che dovremmo combattere la morte – proprio come ogni altra malattia. Le implicazioni etiche di questo approccio sono tutt’altro che banali.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><b>Immortalità e trapianti di testa</b></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nonostante la discussione sull’immortalità accompagni da sempre l’<strong>immaginario collettivo</strong> attraverso miti e <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/la-mente-umana-e-le-avventure-della-meraviglia/" target="_blank" rel="noopener"><strong>fiabe</strong></a>, e sia stato al centro di vari progetti letterari (inclusi i nostri Foscolo e Pavese) e cinematografici (il mio primo ricordo “pop” sul tema è senza dubbio la rappresentazione cinematografica del Sacro Graal e del suo custode di <strong>Spielberg</strong> in </span><i><span style="font-weight: 400;">Indiana Jones e l’ultima Crociata</span></i><span style="font-weight: 400;">,</span> <span style="font-weight: 400;">ma in altra sede ho discusso gli spunti della recente serie televisiva </span><i><span style="font-weight: 400;">Altered Carbon</span></i><span style="font-weight: 400;">: cfr. “Altered Mortality: Why the Quest for Immortality is Regaining Visibility in the Media”,</span> <i><span style="font-weight: 400;">NanoEthics</span></i><span style="font-weight: 400;">, 13.3 (2019), pp. 255-259), solo recentemente la nostra società si è effettivamente avvicinata in maniera prepotente a rendere la ricerca dell’elisir di eterna giovinezza più vicina alla realtà – anche se con speculazioni più o meno credibili sull’effettiva fattibilità di alcune delle tecniche proposte per perlomeno allungare significativamente la vita, se non “curare” la morte in maniera definitiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Già nel 2007 <strong>Aubrey de Grey</strong> ci ammoniva che l’invecchiamento è come una malattia – né più né meno del cancro o dell’Aids – e quindi bisognosa di essere curata. Sulla scia di questa tesi radicale, vari progetti altrettanto controversi sono venuti alla ribalta. Uno di questi includeva il progetto di <strong>trapianto di testa tra esseri umani</strong> portato avanti dal chirurgo italiano Sergio Canavero e il suo collega cinese Xiaoping Ren. Progetto accolto con estremo scetticismo dalla comunità scientifica – e probabilmente a ragione, visto che è scomparso dai radar da qualche anno ormai (cfr. M. D. Garasic, A. Lavazza, “Why heaven is not about saving lives at all”, </span><i><span style="font-weight: 400;">AJOB Neuroscience</span></i><span style="font-weight: 400;">, 8.4 (2017), pp. 228-229). A livello concettuale però, è interessante notare come, sulla falsariga di de Grey, Ren e Canavero utilizzano la nozione di <strong>invecchiamento</strong> come malattia, suggerendo che l’arrivo di cloni umani (da utilizzare come “basi” sulle quali di volta in volta trapiantare la nostra testa) aiuterebbe la società ad affrontare l’aumento delle disparità economiche previste come risultato dell’invecchiamento della popolazione. Un punto piuttosto debole, in quanto anche i cloni sarebbero – almeno inizialmente – estremamente costosi.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><b>Morte e filosofia</b></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Quali potrebbero essere le<strong> implicazioni filosofiche</strong> di rivoluzionare il nostro modo di rapportarci alla morte come malattia da curare? Ad esempio, se si vedesse la morte come una malattia, ci si potrebbe aspettare che sia possibile curarla o prevenirla, come si fa con le altre malattie. Ciò potrebbe portare a una maggiore enfasi sulla medicina e sulla <strong>scienza</strong> per cercare di sconfiggere la morte e prolungare la vita umana il più a lungo possibile. Altri potrebbero sostenere che la morte è inevitabile e che cercare di evitarla o rimandarla è futile o addirittura ingiusto. In questi casi, si potrebbe concentrare l’attenzione su come vivere la vita al meglio e come affrontare la morte in modo dignitoso e sereno, anziché sulla sua prevenzione o cura. Più strutturalmente, la concezione della morte come una malattia potrebbe avere diverse implicazioni filosofiche a seconda di come viene interpretata e di come viene affrontata. Accennando una rapida – e alquanto limitata- applicazione al caso proposto qui delle principali teorie etiche (consequenzialismo, deontologia e etica della virtù) utilizzate in etica medica, potremmo suddividerle così.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Per primo, il consequenzialismo è una <strong>teoria etica</strong> secondo la quale la moralità di un’azione viene valutata in base alle conseguenze che essa produce. Secondo questa prospettiva, l’azione più morale è quella che produce le conseguenze migliori o più desiderabili. Ci sono diverse varianti del consequenzialismo, come <strong>l’utilitarianismo,</strong> secondo il quale le azioni morali sono quelle che producono il maggior benessere per il maggior numero di persone. Un approccio consequenzialista potrebbe concettualizzare la morte come una malattia se si sostiene che l’obiettivo principale dell’etica è quello di produrre le conseguenze migliori o più desiderabili. In questo caso, se la morte viene vista come una malattia, allora cercare di prevenire o curare la morte potrebbe essere considerato moralmente giusto, poiché questo potrebbe produrre le conseguenze migliori per le persone coinvolte.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La<strong> deontologia</strong> è una teoria etica secondo la quale ci sono alcune regole morali (o “doveri”) che devono essere seguite indipendentemente dalle conseguenze. Secondo questa prospettiva, alcune azioni sono moralmente giuste o sbagliate in sé e per sé, indipendentemente dalle loro conseguenze. Ad esempio, l’etica deontologica potrebbe sostenere che l’omicidio è sempre sbagliato, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano. La deontologia potrebbe concettualizzare la morte come una malattia se si sostiene che ci sono alcuni doveri morali che devono essere seguiti indipendentemente dalle conseguenze. Ad esempio, se si sostiene che c’è un dovere morale di proteggere la vita umana e di preservare la salute, allora cercare di prevenire o curare la morte potrebbe essere considerato un<strong> dovere morale</strong>, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’etica della virtù è una teoria etica secondo la quale le persone dovrebbero sviluppare e praticare determinate virtù morali, come la <strong>saggezza</strong>, la giustizia, il coraggio e la temperanza. Secondo questa prospettiva, le persone moralmente virtuose sono quelle che hanno sviluppato queste virtù e le mettono in pratica nella loro vita. L’etica della virtù si concentra sulla formazione del carattere e sullo sviluppo di tratti morali positivi, piuttosto che sull’osservanza di <strong>regole</strong> morali specifiche o sulla produzione di determinate conseguenze. L’etica della virtù potrebbe concettualizzare la morte come una malattia se si sostiene che ci sono alcune virtù morali che dovrebbero essere sviluppate e praticate. Ad esempio, se si sostiene che la compassionevole cura degli altri è una virtù morale, allora cercare di prevenire o curare la morte potrebbe essere visto come un modo per mettere in pratica questa virtù e aiutare gli altri. Tuttavia, l’etica della virtù potrebbe anche sostenere che accettare la morte con dignità e serenità quando non è possibile evitarla è una virtù morale, a seconda delle circostanze specifiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ci sono poi delle implicazioni di giustizia sociale e accesso alle risorse che si intrecciano in maniera profonda con recenti sviluppi legati a biotecnologie e il rallentamento dell’invecchiamento.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><b>Plasma nuovo, dinamiche vecchie?</b></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come discusso con l’amico e collega Andrea Lavazza, le aspettative che le<strong> trasfusioni di plasma sanguigno</strong> (da giovani a meno giovani) stanno suscitando meritano grande <strong>attenzione</strong> (cfr. “Vampires 2.0? The ethical quandaries of young blood infusion in the quest for eternal life”, </span><i><span style="font-weight: 400;">Medicine, Health Care and Philosophy</span></i><span style="font-weight: 400;">, 23 (2020), pp. 421-432). Davvero questa tecnica potrebbe rallentare l’invecchiamento o addirittura far ringiovanire le persone? Recenti <strong>studi preclinici</strong> e test sperimentali ispirati alla tecnica nota come </span><i><span style="font-weight: 400;">parabiosi</span></i><span style="font-weight: 400;"> – una tecnica in cui due organismi (tipicamente, un topo giovane e uno “anziano”) vengono uniti chirurgicamente così da creare un sistema circolatorio unico –  hanno suscitato grande attenzione da parte dei media, anche se per ora non ci sono prove evidenti della loro efficacia. Di certo la crescente visibilità che queste ricerche stanno riscontrando è l’ennesima dimostrazione che la tesi di de Grey ha fatto breccia nella nostra società, assumendo un ruolo sempre più centrale nell’agenda scientifica e sociale. In particolare, una serie di startup hanno cominciato a interessarsi all’idea di poter vendere la giovinezza a facoltosi “differentemente giovani” attraverso<strong> trasfusioni di plasma</strong> dei primi verso questi ultimi. Con profitti non trascurabili ma con una serie di problemi (anche legali per varie di queste compagnie) suscitati da questo nuovo “mercato”. Terapie e tecniche accessibili solo a una frazione della popolazione (per via dei loro costi elevati) sembrano destinate ad aumentare esponenzialmente la disuguaglianza sociale e a produrre conseguenze problematiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le questioni di <strong>giustizia distributiva</strong> legate all’estensione della durata della vita si concentrano principalmente su questioni legate ai beni materiali, come il reddito e la ricchezza. Tuttavia, spesso non si tiene sufficientemente conto della dotazione genetica di ciascun individuo, che influenza fortemente il benessere personale. Indubbiamente essere portatori di una <strong>variante genetica</strong> che causa una determinata malattia (ad esempio l’anemia) pone l’individuo in una posizione peggiore rispetto alla maggior parte delle persone che vivono nella stessa comunità, esponendolo a vulnerabilità differenti rispetto alla media anche se benestante o con un buon salario. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Allo stesso modo, individui che nascono con un corredo genetico “buono” (ad esempio, geni per la longevità tipici dei centenari) che aumenta drasticamente le loro possibilità di vivere una vita lunga e in buona salute hanno un enorme <strong>vantaggio comparativo</strong> – dal punto di vista di prospettive di salute – rispetto ad altri gruppi di individui. In questo senso, la tradizionale divisione della dotazione sociale tra gruppi privilegiati e svantaggiati può essere combinata e intersecata orizzontalmente con la divisione tra dotazione naturale e dotazione genetica specifica tra <strong>gruppi privilegiati</strong> e svantaggiati. La rilevanza di questo fattore è stata sottolineata da John Rawls, però la declinazione delle sue tesi a questo contesto meriterebbe addizionale lavoro, ma non in quest’occasione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Rimane chiaro che qualsiasi tipo di tecnica o intervento finalizzati a rallentare l’invecchiamento possono essere valutati in maniera differente dall’applicazione di diverse teorie della giustizia rilevanti per questa nuova frontiera della <strong>ricerca biomedica.</strong> Alcuni hanno una visione riduttiva (e da molti considerata superata), meno interessata al progresso scientifico e più focalizzata sul trattamento, sostenendo che l’invecchiamento è un processo naturale che non ha alcun obbligo di correzione da parte di nessuna delle teorie della giustizia.</span></p>
<h2><strong>L&#8217;immortalità è solo per i più ricchi</strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, se consideriamo la <strong>complessiva vulnerabilità</strong> dell’essere umano alla luce delle conoscenze oggi disponibili, vediamo che le disuguaglianze che si manifestano nella vecchiaia possono e devono essere oggetto di intervento a vantaggio di tutti, non solo di chi ha vinto la lotteria genetica. Se è possibile vivere più a lungo in buona salute senza essere colpiti dalle malattie tipiche dell’invecchiamento è giusto cercare di studiare più a fondo queste tecniche. Investire nella ricerca e intervenire per ritardare l’invecchiamento cellulare in tutte le fasi della vita potrebbe contribuire alla salute e al benessere dell’individuo all’interno della sua “naturale longevità”, non dovrebbe necessariamente implicare una spasmodica ricerca della perpetua giovinezza o dell’immortalità. In fin dei conti, <strong>Ronald Dworkin</strong> ci ammoniva a tenere sempre presente che le disuguaglianze che non derivano da scelte deliberate degli individui, ma da circostanze che sfuggono al loro controllo, sono per definizione ingiuste.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Considerando che molte persone trascorrono i loro ultimi anni di vita con malattie tipiche della loro sfortunata estrazione nella <strong>lotteria genetica,</strong> mentre altri individui invecchiano in buona salute, sembra ragionevole ipotizzare che questo tipo di disuguaglianza debba essere eliminata dalla società se possibile. Al tempo stesso, appare ancora impellente sottolineare che questa nobile causa non può far passare in secondo piano che questo tipo di ricerche possano tollerare la creazione di un sistema in cui pochi <strong>monopolizzino</strong> l’opportunità di “accesso alla salute”. Dato che scenari in cui pochi ricchi potrebbero esaurire tutto il plasma giovane disponibile sono lontani dall’essere inverosimili, c’è da chiedersi come dovrebbe rispondere la società nella sua totalità, non concentrandoci sul singolo individuo. In questo senso, la domanda è se il pubblico debba sostenere una linea di ricerca che persegue esplicitamente risultati che – almeno inizialmente – saranno profondamente elitari e quindi inaccessibili alla maggior parte di coloro che sono interessati alla terapia in questione. Infatti, dall’utilizzo di plasma da <strong>giovani donatori</strong> avvenuto finora, è apparso chiaro che, anche a causa della stratificazione per età della popolazione nei Paesi occidentali, questi trattamenti anti età o ringiovanenti difficilmente possono essere accessibili ai più, ma solo a pochi ricchi. La ricerca pubblica, o finanziata con contributi pubblici, dovrebbe essere indirizzata verso terapie che aiutino a ridurre le diseguaglianze genetiche che ci caratterizzano e in alcuni casi creano sofferenza e disparità, ma sempre conscia del <strong>contesto sociopolitico</strong> in cui i risultati si svilupperanno. Con grande attenzione che questi non abbiano evidenti limitazioni in termini di distribuzione e somministrazione. Dinamiche per certi versi simili le abbiamo viste, con l’imbarazzo di parecchi di noi, molto chiaramente con la patetica distribuzione a livello globale dei vaccini contro il Covid-19. In fin dei conti, invece di curarci dalla morte, dovremmo concentrarci sul far vivere una vita degna a tutti. Anche in termini medici.</span></p>
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		<title>Inquinamento cloud</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/inquinamento-cloud-articolo-andrea-daniele-signorelli-digitalizzazione-lmdp/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2024 10:41:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Daniele Signorelli]]></category>
		<category><![CDATA[cloud]]></category>
		<category><![CDATA[digitalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A cosa vi fa pensare una parola come “cloud”? Applicata al mondo digitale, di cui è una componente essenziale, la nuvola di Internet evoca un ambiente celeste, immateriale e sostenibile. Visto così, il cloud è quel luogo etereo dove vengono salvati i dati che non conserviamo su computer e smartphone, che ci permette di inviare [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A cosa vi fa pensare una parola come <strong>“<a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/inferno-digitale/" target="_blank" rel="noopener">cloud</a>”</strong>? Applicata al mondo digitale, di cui è una componente essenziale, la nuvola di Internet evoca un ambiente celeste, immateriale e sostenibile. Visto così, il cloud è quel luogo etereo dove vengono salvati i dati che non conserviamo su <strong>computer e smartphone</strong>, che ci permette di inviare file di grandi dimensioni direttamente via web (senza usare chiavette o hard disk), che rende possibile usare software senza doverli scaricare sul computer e archiviare una vita intera di foto e video.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tutto viaggia nel cielo di Internet, in quel cloud che – dal punto di vista del marketing – rappresenta una delle etichette più indovinate degli ultimi decenni. Se usciamo dalla metafora celeste, scopriamo però che dietro il cloud – la cui accezione più ampia indica l’insieme delle infrastrutture che rendono possibile la conservazione e il trasferimento di dati tramite Internet – troviamo <strong>cavi sottomarini</strong> che viaggiano letteralmente per milioni di chilometri, fibre ottiche, antenne e ripetitori, condizionatori, trasformatori, sterminati magazzini pieni di server e altro ancora.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non esiste nessun cloud: esistono invece tubi, ingranaggi, apparecchi, processori e sterminati macchinari informatici in funzione non stop, che nel caso dei più grandi <strong>data center</strong> del mondo arrivano a occupare un’area grande anche un milione di metri quadrati (è il caso del China Telecom-Inner Mongolia Information Park). E che devono essere costantemente tenuti al freddo: “Le frizioni molecolari dell’industria digitale si trasformano in calore, che è il prodotto di scarto del potere di calcolo”, si legge in uno studio del Mit di Boston. “Il calore, di conseguenza, dev’essere costantemente tenuto a bada affinché il motore digitale possa ronzare 24 ore su 24, ogni singolo giorno”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Di conseguenza, questi magazzini di server e computer devono essere costantemente raffreddati (la temperatura ideale è attorno ai 20°) utilizzando giganteschi impianti di aria condizionata. Nella maggior parte dei data center odierni, il raffreddamento rappresenta oltre il <strong>40% dell’energia consumata</strong>, proveniente in molti casi da fonti fossili. In poche parole, il cloud va anche a carbone.</span></p>
<h2>La sostenibilità tra mitologia e marketing</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Che la <strong>dematerializzazione</strong> e la <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-guerra-dei-metalli-rari-pitron-seconda-edizione-libro-luiss-university-press/?_gl=1*1b1xuxd*_up*MQ..*_ga*NTUxMTA1MzcyLjE3MjU4NzgzOTk.*_ga_GLRXHDRS4F*MTcyNTg3ODM5Ni4xLjEuMTcyNTg3ODQwOS4wLjAuMTc2NDQ5MTM2NQ.." target="_blank" rel="noopener"><strong>digitalizzazione</strong></a> della società facessero rima con sostenibilità è quindi qualcosa che – magari contestualmente al termine cloud – è stato probabilmente inventato negli uffici marketing delle realtà interessate a far passare questo messaggio. Un esempio classico è quello delle email, che ci fanno risparmiare carta e non devono essere trasportate da corrieri o da postini. Eppure, per quanto una singola email consumi pochissimo (circa 4 grammi di CO2 se priva di allegati), questa piccola somma va moltiplicata per gli oltre 300 miliardi di email che vengono inviate ogni giorno. Alcune di queste, inoltre, contengono allegati che possono far lievitare la quantità di emissioni provocate fino a 50 grammi l’una. Il risultato è che i maggiori utilizzatori di email possono creare anche 1,6 chilogrammi di CO2 ogni giorno solo utilizzando la posta elettronica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Aggiungiamoci le ricerche su <strong>Google</strong>, i social network, i messaggi di Whatsapp, la musica e le serie tv in streaming, i videogiochi online e tutto ciò a cui potete pensare. Il risultato è che oggi il cloud, nel suo complesso, ha un impatto ambientale superiore a quello dell’industria aeronautica. Collettivamente, i data center consumano qualcosa come 200/300 terawattora all’anno, circa lo 0,3% di tutta l’energia consumata a livello globale. Se però prendiamo in considerazione l’intero ecosistema che ruota attorno alla rete (compresi i dispositivi utilizzati per navigare), questa percentuale supera il 3%.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Che cos’è che fa sì che sia necessaria una tale quantità di energia per far funzionare la rete digitale? Al di là del <strong>raffreddamento</strong>, c’è un altro aspetto fondamentale: poiché Internet è ormai l’infrastruttura che consente il funzionamento stesso delle economie almeno parzialmente avanzate, i data center devono essere iper-ridondanti. Se un sistema smette di funzionare, ce n’è quindi immediatamente un altro pronto a prendere il suo posto.</span></p>
<h2>Una matrioska della ridondanza</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È una specie di matrioska della ridondanza:<strong> <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-guerra-dei-metalli-rari-pitron-seconda-edizione-libro-luiss-university-press/?_gl=1*1b1xuxd*_up*MQ..*_ga*NTUxMTA1MzcyLjE3MjU4NzgzOTk.*_ga_GLRXHDRS4F*MTcyNTg3ODM5Ni4xLjEuMTcyNTg3ODQwOS4wLjAuMTc2NDQ5MTM2NQ.." target="_blank" rel="noopener">server</a></strong> e non solo che si attivano immediatamente quando chi li precede nella catena ha qualche problema e che, per questa ragione, devono essere costantemente pronti all’uso. Secondo alcune analisi – tra cui un’inchiesta del </span><i><span style="font-weight: 400;">New</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">York</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">Times</span></i><span style="font-weight: 400;"> – in certi data center solo una percentuale tra il 6 e il 12% dell’energia richiesta serve effettivamente ai processi informatici in corso, mentre tutto il resto è dedicato a mantenere operativi i sistemi di riserva e al raffreddamento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Quali sono i rimedi per evitare che i consumi del digitale diventino insostenibili? Da una parte, ci sono i data center più avanzati – come quelli di proprietà di Google, Facebook o Amazon – che stanno rapidamente transitando verso il “carbon neutral”, principalmente grazie all’utilizzo di energie rinnovabili. Dal momento che i data center più piccoli e tradizionali sono spesso anche meno efficienti e proporzionalmente più energivori, la transizione di molti piccoli centri all’interno di quelli più grandi (ciò che avviene quando, per esempio, l’infrastruttura di rete di un’azienda viene trasferita su AWS, il cloud di Amazon) può ridurre grandemente i consumi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Se tutto il cloud passasse ai centri più grandi e avanzati, <strong>le emissioni potrebbero scendere</strong> anche del 25%. Un risparmio che, però, rischia già di essere vanificato: si stima infatti che nel prossimo decennio le infrastrutture di data storage dovranno triplicare le loro dimensioni e che i consumi legati al mondo digitale cresceranno a livello esponenziale. Com’è possibile una crescita di questo tipo, considerando che più della metà del pianeta è già oggi connessa a Internet?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il punto è che a influire sulla crescita non è tanto il numero di utilizzatori, ma la quantità di dati <strong>crescente richiesta</strong> dai più recenti servizi online. L’esempio più chiaro è quello delle piattaforme di streaming video, che in pochi anni hanno mangiato una fetta enorme del traffico dati e che, trasmettendo a una definizione sempre maggiore, richiedono una quantità di banda in continua crescita. Secondo il più recente report di Ericsson, i video consumano oggi il 69% di tutto il traffico di banda del mondo: una percentuale destinata a raggiungere il 79% nei prossimi cinque anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Di fronte a tutto ciò, il risparmio di plastica e altro provocato dalla quasi scomparsa dei supporti fisici (dvd, cd eccetera) rischia di essere inutile. Lo stesso discorso vale per la<strong> musica</strong>: lo streaming audio è responsabile solo negli <strong>Stati Uniti</strong> di circa 300mila tonnellate di CO2 l’anno. Si stima addirittura che, se ascoltate lo stesso album per più di 27 volte nel corso della vostra vita, sia più sostenibile comprare un cd che sentire quel disco in streaming.</span></p>
<h2>La crescita esponenziale del traffico dati da mobile</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Osservare la crescita del <strong>traffico dati da mobile</strong> dà un’idea forse ancora più lampante della situazione: nel 2020, i dati inviati e ricevuti non superavano i 50 exabyte al mese. Nel 2023 questa cifra sarà già triplicata e nel 2027 si prevede che supererà i 350 exabyte: un aumento del 700% in meno di un decennio. Inevitabilmente, tutto ciò si riflette anche sulle emissioni globali causate dal digitale, che entro il 2025 raddoppieranno, raggiungendo il 7% del totale. Attorno al 2040 potrebbero addirittura rappresentare il 14% (poco meno di quanto consumano gli Stati Uniti d’America).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’aspetto più preoccupante è che queste stime rischiano di sottovalutare il problema. Che cosa succederebbe, infatti, se una tecnologia come il metaverso si diffondesse nel modo auspicato da <strong>Mark Zuckerberg</strong>? Se tutti noi passassimo una parte delle nostre giornate attaccati a uno<strong> strumento energivoro</strong> come i visori per la realtà virtuale e immersi in un ambiente online, digitale ad alta definizione? E se, terminato l’utilizzo della realtà virtuale, uscissimo di casa indossando un visore per la realtà aumentata, che sovrappone elementi digitali (generati online in tempo reale) al mondo che ci circonda? Qualora le tecnologie di<strong> “extended reality”</strong> si diffondessero tra la massa di utenti, un report di Intel prevede un aumento del potere computazionale pari a mille volte quello attuale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Aggiungiamo a tutto ciò i colossali consumi causati da strumenti che, in futuro, potrebbero avere un ruolo sempre più importante – come i bitcoin (che da soli consumano circa la metà di tutti i data center del pianeta) o gli <strong>NFT</strong> – e la quantità impressionante di metalli rari e pesanti estratti dalla Terra per far funzionare gli oltre sette miliardi di smartphone costruiti dal 2007 a oggi e tutti gli altri computer, tablet, visori e console (che poi finiscono in colossali discariche a cielo aperto come quella di Agbogbloshie in Ghana): il quadro, per quanto semplificato, inizia a essere completo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">C’è qualche motivo per essere invece ottimisti? Fortunatamente, sì. Per esempio, nonostante tra il 2010 e il 2018 il carico di lavoro di server e data center sia aumentato del 2.600%, l’energia consumata è cresciuta solo del 10% grazie all’efficienza crescente degli strumenti utilizzati. Riusciremo a migliorare a tal punto l’efficienza dei data center da sconfessare le stime più negative e limitare la crescita oggi prevista? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Allo stesso tempo, i radicali cambiamenti apportati alla seconda <strong>blockchain</strong> per importanza (Ethereum, la principale piattaforma per la creazione di NFT) hanno permesso di far scendere i suoi consumi da 93 terawattora l’anno – quanto una nazione come le Filippine – a una percentuale risibile (0,01 TWh). La speranza è che anche i bitcoin possano seguire una traiettoria simile (anche se, per il momento, non è all’orizzonte). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">E il metaverso? Prima di tutto, anche i<strong> visori in realtà virtuale</strong> stanno costantemente migliorando sotto il profilo dell’efficienza energetica e prestazionale, oltre a questo va valutato il risparmio che si otterrebbe altrove qualora davvero trasferissimo una parte crescente della nostra quotidianità in un <strong>ambiente digitale</strong> che non richiede spostamenti. Per esempio, si stima che – per quanto il consumo energetico delle videoconferenze sia elevato – sfruttare software come Zoom e Meet per sostituire viaggi in auto, in treno o in aereo significhi risparmiare in media il 93% delle emissioni.</span></p>
<h2>La digitalizzazione non salverà il pianeta</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In poche parole, i dati salgono enormemente e il loro <strong>impatto ambientale</strong> cresce in maniera considerevole. Allo stesso tempo, però, l’efficienza aumenta e nel computo entrano necessariamente anche i comportamenti ad alto impatto che vengono trasferiti in rete. Da quale lato penderà la bilancia? In parte, dipende anche dalla diffusione di comportamenti corretti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Prima di tutto, le società che operano su Internet – e in particolare sul web – dovrebbero impegnarsi a ottimizzare i loro prodotti. Si calcola, per esempio, che dare la possibilità a chi sta ascoltando la musica su YouTube di non visualizzare i video ridurrebbe le emissioni causate dalla piattaforma di streaming del 5%, pari a 11 milioni di tonnellate di emissioni ogni anno. Allo stesso modo, <strong>Facebook</strong> potrebbe ridurre significativamente il suo consumo energetico evitando che i video promozionali partano in automatico, mentre Netflix potrebbe incoraggiare i suoi utenti a non guardare i film o le serie tv sempre in alta definizione, riducendo notevolmente il <strong>traffico dati</strong> e quindi l’energia necessaria ad alimentare la piattaforma. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ancora più importante però è aumentare il ciclo di vita dei nostri dispositivi tecnologici. Cambiare smartphone ogni tre anni invece che ogni due ha un enorme impatto positivo sul pianeta, perché permette di risparmiare i <strong>minerali preziosi</strong> destinati alla sua produzione e tutta l’energia necessaria a produrli e distribuirli nel mondo. Lo stesso vale ovviamente per i personal computer: sostituire il computer ogni sei anni – contro una media odierna di soli quattro – consentirebbe di preservare 190 chilogrammi di emissioni di CO2 a testa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A differenza di quanto ci è stato fatto credere per anni, la <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/inferno-digitale/" target="_blank" rel="noopener"><strong>digitalizzazione</strong></a> non salverà il pianeta, perché dietro di essa si nasconde una realtà fin troppo materica. Possiamo però almeno evitare che la crescita impazzita del traffico dati, delle dimensioni dei data center, dei mondi virtuali energivori e della produzione dei dispositivi necessari a godere di tutto ciò finisca per distruggerlo.</span></p>
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		<title>Nei labirinti della memoria &#8211; L’editoriale del n°7 di LMDP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Feb 2024 10:31:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[la meraviglia del possibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viviamo in un’era complicata – questo ormai lo ripetiamo, leggiamo o sentiamo dire talmente spesso che, a tratti, ho la sensazione che non sia proprio così. Con maggior precisione direi che, se la complessità è senza alcun dubbio un tratto caratteristico di questi tempi che percepiamo spesso come duri o difficili (ma siamo sicuri che [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Viviamo in un’era complicata – questo ormai lo ripetiamo, leggiamo o sentiamo dire talmente spesso che, a tratti, ho la sensazione che non sia proprio così. Con maggior precisione direi che, se la complessità è senza alcun dubbio un tratto caratteristico di questi tempi che percepiamo spesso come duri o difficili (ma siamo sicuri che quando ricordiamo tempi migliori, un’epoca magari antica e più bella e semplice, più bella in quanto più semplice, le cose stiano proprio così? Due o tre possibili risposte le troverete nelle pagine che seguono), non è forse possibile trarne indicazioni positive? È sulla base di riflessioni come questa che abbiamo pensato di dedicare il nuovo numero della Meraviglia al tema della memoria e dei ricordi, al loro apparente contrario, l’oblio, e alla coscienza, lo “strumento” che – mi perdonino le persone più esperte per la semplificazione estrema – percepisce lo scorrere del tempo, che ci mette per così dire nelle condizioni di ricordare, oppure ci difende dal rischio di farlo.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Coscienza, ricordo, dimenticanza</h2>
<p style="text-align: justify;">La coscienza, il ricordo e la dimenticanza ci sono sembrati, infatti, campi di indagine particolarmente favorevoli per ragionare sul nostro tempo, fatto di (apparenti) consapevolezze non umane; difficoltà di esercitare la nostra stessa memoria di fronte alla disponibilità – o tentazione – del gigantesco archivio del web sempre a disposizione; rimpianto delle tradizioni; confronto con sensibilità diverse, e tanto altro ancora. In effetti – e, significativamente, si tratta di un’intuizione che non emerge dal semplice ricordo, all’apparenza così lineare, ma dalla coscienza del ricordo – la memoria stessa è una facoltà umana fra le più complicate. Ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, ricordiamo e dimentichiamo, facendo e disfacendo la trama del tempo che la nostra coscienza riceve e ricrea.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, e forse esagero, la complessità che sempre più insistentemente attribuiamo al mondo e la complessità della coscienza, luogo impossibile della memoria e dell’oblio, sono, in definitiva, nulla più che una questione di tempo. O, meglio, di accesso al tempo. Che vuol dire accesso alla storia, che, a sua volta, vuol dire narrazione. La storia e i suoi momenti sono forse solo momenti del processo misterioso, tortuoso e a tratti inquietante del tempo che viene recepito e narrato. Non è certo questo il luogo in cui soppesare i pro e i contro di tesi e controtesi secolari circa la natura del tempo – se esista come realtà fenomenica o se sia puro vissuto individuale – per cui con una mossa di una strategia involuta, quasi scacchistica, le sosterrei entrambe per sostenere che, se vogliamo iniziare a sondare il portato positivo, fantastico, della tanto invocata complessità, la strada migliore è forse l’intersezione fra tempo esteriore e tempo interiore. Riscoprire le infinite forme attraverso cui la nostra coscienza accede al tempo del mondo e il tempo del mondo si insinua nella nostra coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">A leggere le pagine che seguono sembra in effetti di avere una conferma dal retrogusto ermetico della sostanziale isomorfia fra microcosmo e macrocosmo – il tempo della storia è afflitto dagli stessi dolori del tempo psichico. Per ricordare bisogna dimenticare, per dimenticare bisogna aver ricordato. Perché la nostra coscienza possa dare una forma al mondo, perché possa trovarvi nuove forme, nuove esperienze, nuove visioni, deve vivere senza sosta questa scissione. Altrimenti, come gli immortali narrati da Borges, saremmo schiacciati dal peso di una memoria infinita, e costretti a tracciare nella sabbia forme senza senso. Vedremo così in queste pagine come la figura di Leopold Bloom, anti-anti-eroe dell’Ulisse, sia un dispositivo esperienziale grazie a cui aprire la nostra coscienza a nuove realtà a un tempo passate e future; come l’esplorazione cosmica di Stanisław Lem sia in realtà un viaggio interiore al cuore dei processi psichici. O, ancora, come la culture war sia forse l’effetto della lotta per l’accesso alla storia da parte di chi dalla storia è sempre stato escluso. E se l’esclusione dalla storia equivale a essere consegnati all’oblio, forse la storia stessa, nella sua dimensione più umana, la politica, si serve, come leggeremo nelle prime pagine, fin dal fondamento della polis, della memoria e della dimenticanza come di due dispositivi fondanti dell’identità di un popolo.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Il tempo impossibile della memoria</h2>
<p style="text-align: justify;">Un’architettura paradossale, di frammenti mai stati unitari, quella della memoria e della coscienza – resa graficamente dalle figure impossibili di Ivan Seal, artista e musicista inglese i cui dipinti ci portano verso la conclusione di questo numero dove, fra molte altre cose, ricordate o solo immaginate, indagheremo la distorsione intrinseca del passato, che sola, forse, ci permette di ricordarlo. Dicevo, e me ne stavo quasi dimenticando, che la complessità è forse nulla più che una questione di tempo. Il tempo impossibile della memoria, che è storia, che è narrazione. Un tempo labirintico in cui convivono un passato fantasmatico – come direbbero gli psicanalisti – un presente sempre assente, e un futuro insondabile. La storia del mondo è narrata come la storia della nostra memoria – con ellissi, rimozioni, cancellazioni e spostamenti. Ma è proprio nel suo tempo impossibile che possiamo trovare nuovi meravigliosi percorsi della coscienza. L’inedita – in questo caso al di fuori di metafora e iperbole – quantità di dati dell’archivio digitale sembra condannarci, come suggerisce in un bellissimo e brevissimo libro il musicista e filosofo François Bonnet, a un costante e reiterato atto di amnesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’amnesia indotta in cui però, come suggerisce il prefisso, non è possibile ricordare e aver ricordato. Se sembra impossibile l’esplorazione fantastica della complessità è perché non ne capiamo il tempo e non capiamo come narrarlo. Queste pagine, si dirà, non possono avere la pretesa di capirlo – io di certo non lo capisco – tuttavia permettono di seguire il tortuoso sentiero bidirezionale che lega coscienza e storia: la memoria. E la memoria della memoria. E riconsegnare il tumultuoso vortice della realtà vissuta alla tranquillità dell’atto esplorativo per eccellenza – la scrittura. Scrittura che è, da sempre, dispositivo di oblio e dispositivo di memoria. Perciò mi piace pensare che anche questo numero possa a un certo punto – per qualche momento – essere dimenticato, per poi essere riscoperto e ricordato, trasformarsi in un nuovo tassello nella memoria, nella storia, nelle storie, di chi lo leggerà, o forse l’avrà già letto – un frammento nell’impossibile puzzle della storia che vorremmo poter raccontare in questo momento.</p>
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		<title>Eugenio Montale, Analfabeta</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/eugenio-montale-analfabeta-articolo-nuovo-numero-la-meraviglia-del-possibile-stelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 16:13:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questo testo è tratto dalla rubrica &#8216;Ucronie&#8217; de La meraviglia del possibile n. 6 &#8211; Stelle. Mondi celesti, poesie cosmiche e materie oscure Nel 1955, in un’intervista apparsa il 17 novembre su Tempo, Enrico Roda chiese a Eugenio Montale chi fosse la sua “eroina nella vita reale”. “Una mia vecchia serva analfabeta” rispose il poeta. [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/eugenio-montale-analfabeta-articolo-nuovo-numero-la-meraviglia-del-possibile-stelle/">Eugenio Montale, Analfabeta</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-meraviglia-del-possibile-stelle-nuovo-numero-rivista-luiss/" target="_blank" rel="noopener"><em>Questo testo è tratto dalla rubrica &#8216;Ucronie&#8217; de La meraviglia del possibile n. 6 &#8211; Stelle. Mondi celesti, poesie cosmiche e materie oscure</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1955, in un’intervista apparsa il 17 novembre su Tempo, Enrico Roda chiese a Eugenio Montale chi fosse la sua “eroina nella vita reale”. “Una mia vecchia serva analfabeta” rispose il poeta. “Io solo ne ricordo il nome.” Due decenni dopo, nel 1977, Montale avrebbe incluso nel Quaderno di quattro anni una poesia intitolata “Quel che resta (se resta)”: “La vecchia serva analfabeta/ e barbuta chissà dov’è sepolta/ poteva leggere il mio nome e il suo/ come ideogrammi/ forse non poteva riconoscersi/ neppure allo specchio/ ma non mi perdeva d’occhio/ della vita non sapendone nulla/ ne sapeva più di noi/ nella vita quello che si acquista/ da una parte si perde dall’altra/ chissà perché la ricordo/ più di tutto e di tutti/ se entrasse ora nella mia stanza/ avrebbe centotrent’anni e griderei di spavento”.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è ben evidente dai versi centrali della poesia, la vecchia serva analfabeta e barbuta non era per Montale un segnaposto affettivo e biografico, piuttosto il punto di partenza – anche affettivo e biografico, certo – di una riflessione sul valore dell’analfabetismo e, di conseguenza, della cultura. In quella stessa intervista a Enrico Roda, del resto, alla domanda su che cosa lo spaventasse di più il poeta aveva risposto citando l’istruzione obbligatoria, oltre al suffragio universale e al voto alle donne. Aggiungendo però che si trattava di tutte cose “purtroppo, necessarie”. Una chiosa non di maniera, ma sostanziale, sulla quale torneremo. Negli anni compresi fra il 1955 e il 1977 Montale riprese almeno altre due volte il tema degli incolti che “della vita non sapendone nulla, ne sanno più di noi”. In un articolo uscito sul Corriere della Sera il 9 ottobre del 1962 – “L’uomo nel microsolco” – affrontava una serie di argomenti tipici della sua riflessione: il “vitalismo sfrenato” del Novecento, e perciò il suo presentismo, il rapporto col passato, la necessità o casualità del divenire storico. Alla fine del ragionamento, congetturale e inconcludente, si chiedeva se non restassero altre ipotesi. E si dava una risposta che, non potendola io parafrasare senza danno, devo citare ampiamente: “Per l’uomo della strada – e qui intendo dire per l’uomo semplice – ne esistono certamente altre. L’uomo della strada ha appreso da secoli che c’è un bene e un male e che l’uomo, anche se ignora quasi tutto di sé, può essere il primo giudice del proprio comportamento; e sa pure che il giudizio ch’egli dà di se stesso lo qualifica ai propri occhi, lo rende diverso, lo muta e lo muta in meglio. L’uomo della strada sa che prima di lui sono esistiti i suoi antenati, che non possedevano la televisione e l’aeroplano ma che penetravano il tessuto del mondo con facoltà oggi totalmente atrofizzate [&#8230;] L’uomo della strada non produce opinioni, non fonda partiti, non dirige giornali, non frequenta i festival, non conosce la critica del linguaggio, ignora i problemi centrali del cinematografo e non dispone di termini filosofici per definire la sua condizione di povero diavolo che lavora per vivere e suppone che sia cosa degna vivere da uomini ragionevoli in un serraglio di pecore laureate. L’uomo della strada, insomma, non fa la storia ed ha anche il vago sospetto che sia altamente dignitoso non farla. [&#8230;] Eppure la vera storia, quella che conta e che non si trova nei libri, è proprio questa, fatta dagli uomini semplici; ed è la sola che regge ancora il mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’aprile del 1971, in un’intervista a Raffaello Baldini per Panorama, Montale definiva l’analfabetismo “una grande forma di cultura”. E continuava: “È una forma primordiale di saggezza che distingue il bene dal male, il bianco dal nero, che limita le capacità dell’uomo al minimo, ma su queste basi sta saldamente in piedi, inconfutabile [&#8230;] è l’uomo nella sua purezza, che giudica fermo e sicuro, che vede e sa più di noi. Sa quel che bisogna sapere, come si deve vivere secondo la natura umana”. Chiedendo al poeta “Ma come imparare dall’analfabeta?”, l’intervistatore gli consentiva d’altra parte di aprire nel ragionamento una breccia al di là della quale s’intravedeva un panorama ancora più vasto. “La cultura laureata”, rispondeva infatti l’intervistato, “può, se digerita bene, portare a un alto livello di analfabetismo. A un analfabetismo al quadrato. Purtroppo la digestione della cultura è un problema complesso”.</p>
<blockquote><p>“ACCETTATE IL VOSTRO TEMPO” – AMMONIVA IL POETA – “MA PRENDETELO CON LE MOLLE, NON SIATENE VITTIME. CERCATE DI CONSERVARE LA DECENZA, LE REGOLE DELLA CARITÀ, L’AMORE, CHE È LA PIÙ GRANDE FORZA DELLA VITA”</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se scavalchiamo la breccia e ci addentriamo nei campi cui essa dà accesso, ci rendiamo conto di quanto le facoltà intuitive, istintive quasi, cui secondo Montale poteva accedere l’analfabeta assomigliassero a quelle che egli riteneva nutrissero la poesia – o quantomeno la sua poesia. “L’avvenire è nelle mani della Provvidenza, Marforio: posso continuare e posso smettere domani” aveva scritto nel 1946 in un’importante “intervista immaginaria” pubblicata da La Rassegna d’Italia. Perché “non dipende da me; un artista è un uomo necessitato, non ha libera scelta. In questo campo, più che in altri, esiste un effettivo determinismo. Ho seguito la via che i miei tempi m’imponevano, domani altri seguiranno vie diverse; io stesso posso mutare. Ho scritto sempre da povero diavolo e non da uomo di lettere professionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-11106 aligncenter" src="https://lmdp.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/11/montale-pop-e1700842018411-300x228.jpg" alt="montale pop" width="920" height="699" srcset="https://lmdp.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/11/montale-pop-e1700842018411-300x228.jpg 300w, https://lmdp.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/11/montale-pop-e1700842018411-999x760.jpg 999w, https://lmdp.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/11/montale-pop-e1700842018411-1024x779.jpg 1024w, https://lmdp.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/11/montale-pop-e1700842018411-768x584.jpg 768w, https://lmdp.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/11/montale-pop-e1700842018411.jpg 1472w" sizes="(max-width: 920px) 100vw, 920px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non posseggo l’autosufficienza intellettualistica che qualcuno potrebbe attribuirmi né mi sento investito di una missione importante. Ho avuto il senso della cultura d’oggi, ma neppur l’ombra della cultura che avrei desiderato, e con la quale probabilmente non avrei mai scritto un verso”. In quella stessa intervista immaginaria Montale aveva già affermato, significativamente, di non andare “alla ricerca della poesia”, ma di “attend[ere] di esserne visitato”. Il ragionamento svolto fin qui sembrerebbe mostrarci un poeta antirazionalista, anti-intellettualista, conservatore quando non reazionario, con più che una punta di populismo, robustamente antimoderno. “Terminare la vita / tra le stragi e l’orrore / è potuto accadere / per l’abnorme sviluppo del pensiero / poiché il pensiero non è mai buono in sé. / Il pensiero è aberrante per natura” leggiamo in un’altra poesia del Quaderno di quattro anni, che se possibile rincara la dose. “Era frenato un tempo da invisibili Numi, / ora gli idoli sono in carne ed ossa / e hanno appetito. Noi siamo il loro cibo. / Il peggio dell’orrore è il suo ridicolo. / Noi crediamo di assistervi imparziali / o plaudenti e ne siamo la materia stessa. / La nostra tomba non sarà certo un’ara / ma il water di chi ha fame ma non testa”. Ma come la digestione della cultura che porta all’analfabetismo al quadrato – e ricordate poi la chiosa del 1955 sulla necessità dell’istruzione obbligatoria, del suffragio universale e del voto alle donne? –, anche Montale è un problema complesso. Nessuna delle scelte politiche concrete del poeta, innanzitutto, fu reazionaria o antimoderna: dall’antifascismo piuttosto precoce alla militanza nel Partito d’azione (non certo nell’Uomo qualunque!), dalla scelta repubblicana nel 1946 fino al sostegno alle battaglie radicali degli anni Settanta, dal divorzio alla revisione del Concordato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non solo: gli scritti di Montale contengono delle esplicite, benché mai incondizionate, dichiarazioni d’amore per la modernità. “Eppure, malgrado tutto questo non vorrei confondermi con i balordi laudatori del passato che incontro ad ogni passo e che formano, anch’essi, una notevole sezione dell’industria delle false idee” scriveva ad esempio sul Corriere della Sera il 15 dicembre del 1961 (“Soliloquio”). “Di che cosa posso lamentarmi? Sono riuscito a vivere a lungo senza lustrare le scarpe a nessun tiranno; ho espresso talvolta opinioni eterodosse senza finire su un braciere ardente; ho visto ascendere ai fastigi della vita pubblica criminosi idioti e non mi è mancato il piacere di vederne alcuni – non tutti! – ruzzolare dai loro seggi (piacere temperato dagli orrori che hanno reso possibile questo evento); ho visto attuarsi grandi conquiste del pensiero umano: prodigiose, ma forse più stupide di quanto si creda; ho incontrato persino eroi inconsapevoli di esserlo e santi non registrati da nessuna anagrafe religiosa; ho visto scomparire molte miserie e molte piaghe, ma anche consolidarsi molte forme di servilismo collettivo; mi è parso di scoprire una sola legge generale: ogni guadagno, ogni avanzamento dell’uomo è pareggiato da equivalenti perdite in altre direzioni, restando invariato il totale di ogni possibile felicità umana. Ma tutto considerato: perché dovrei essere infelice di vivere in un tempo che ha ucciso tante stolte superstizioni e che ancora (non so fino a quando) mi permette di scrivere senza ricevere ordini dall’alto, o dal basso?” “Certo” – così Montale concludeva il ragionamento – “resta aperto il problema di uccidere le nuove superstizioni, non meno funeste delle antiche: e soprattutto quella che l’uomo possa trasumanarsi accettando di essere la semplice parte, una minima parte, dell’universale ingranaggio meccanico”. Il poeta non metteva sul banco degli imputati tanto la modernità, insomma, quanto la sua tendenza (inevitabile, però?) a trasformarsi in un sistema chiuso dopo aver (giustamente) fatto a pezzi tutti i sistemi chiusi precedenti. La sua ricerca ansiosa di nuovi idoli che sostituissero Dio, e soprattutto la propensione a elevare l’uomo a divinità – “E questo è ridicolo, grottesco”. Il suo stolto ottimismo: “Abbiamo ben grattato col raschino / ogni eruzione del pensiero. Ora / tutti i colori esaltano la nostra tavolozza, / escluso il nero”. La sua superba e ingenua fiducia nel proprio potere: “Non si può esagerare abbastanza / l’importanza del mondo / (del nostro, intendo) [&#8230;] Solo / ci si deve affrettare perché potrebbe / non essere lontana / l’ora in cui troppo si sarà gonfiata / secondo un noto apologo la rana”. “Accettate il vostro tempo” – ammoniva il poeta in un’intervista a Corrado Stajano uscita su Tempo l’8 febbraio del 1964 – “ma prendetelo con le molle, non siatene vittime. Cercate di conservare la decenza, le regole della carità, l’amore, che è la più grande forza della vita”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/eugenio-montale-analfabeta-articolo-nuovo-numero-la-meraviglia-del-possibile-stelle/">Eugenio Montale, Analfabeta</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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		<title>Parola di argilla – L’editoriale del n°5 di LMDP</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/parola-di-argilla-leditoriale-del-n5-di-lmdp-ibridi-demoni-mostri-e-altri-prodigi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Nov 2023 15:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questo testo è tratto da La meraviglia del possibile n. 5 – Ibridi. Demoni, mostri e altri prodigi Fra i più nitidi ricordi che conservo del liceo – periodo fra i più mostruosi della vita di chiunque, o, quantomeno, di molti – c’è una brevissima citazione. Ero in prima liceo la prima volta che l’ho letta [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/parola-di-argilla-leditoriale-del-n5-di-lmdp-ibridi-demoni-mostri-e-altri-prodigi/">Parola di argilla – L’editoriale del n°5 di LMDP</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-meraviglia-del-possibile-ibridi-nuovo-numero/" target="_blank" rel="noopener">Questo testo è tratto da <em>La meraviglia del possibile n. 5 – Ibridi. Demoni, mostri e altri prodigi</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">Fra i più nitidi ricordi che conservo del liceo – periodo fra i più mostruosi della vita di chiunque, o, quantomeno, di molti – c’è una brevissima citazione. Ero in prima liceo la prima volta che l’ho letta o forse sentita leggere, non ricordo. La docente parlava a venti volti distratti, uno dei quali, il mio, sentendo la domanda posta da un Adamo disperato a un Creatore compartecipe della sua colpa, si illuminò. “Did I request thee, maker, from my clay to mould me man?” La seconda volta, in terza liceo, circa centocinquanta anni dopo, durante una lezione diversa lessi lo stesso verso in esergo al romanzo di una diciannovenne Mary Shelley. Forse già sapevo, dalla prima lezione, che lì l’avrei ritrovata, o forse no. L’ho accolta comunque con grande meraviglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, sono due occasioni distinte, ma nella mia memoria prima e dopo si mescolano. Forse in realtà è Milton che cita Shelley, colpito dalla precisione con cui dipinge il dramma della colpa e della creazione.<br />
Perché, se c’è qualcosa che mi fa tornare <span style="font-size: 14.4px;">spesso a queste parole </span>è proprio la fascinazione per la disperata alchimia di un’argilla inerte che non vuole diventare uomo. O di un uomo che vuole ritornare argilla inerte. Dopotutto il mostro è, etimologicamente, ciò che funge da ammonimento: che cosa c’è di più mostruoso della creatura che ammonisce il creatore della sua colpa? So bene che ogni mia considerazione è a posteriori. Prima c’è solo una profonda, istintiva e indistinta fascinazione. Ma ancora, forse questo a posteriori c’è sempre stato. Così quando ho pensato a questo numero ho voluto seguire un percorso inverso – è poi davvero inverso? Non elaborare un tema, ma lasciare che fosse la pura fascinazione delle autrici e degli autori a indagare quella zona di indistinzione la cui forma informe genera mostri: prodigi, ibridi, chimere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorprendentemente, e proprio come mi aspettavo, i testi che indagano con occhi e stili diversi le diverse declinazioni del mostruoso, risultano tutt’altro che ibridi, o amorfi – sono, singolarmente e nel loro complesso, perfettamente coesi e sistematici. Ma quale mostro non lo è? E questa unità ha permesso, a posteriori – o, forse, già da sempre – a queste righe di prendere forma. Come vorrebbe insegnarmi tanta filosofia francese del secondo Novecento, è proprio nel limite, in ciò che sfugge alla norma, che si producono le più meravigliose creazioni. E l’ibrido, la chimera, è proprio una creatura del limite. Non questo, non quello – allora cosa? Un’altra cosa, più strana, più bella.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa c’è di più strano del nostro rapporto con le nostre creazioni? È qui che si collocano diversi saggi, che ci chiedono, per esempio, se dovremmo rapportarci all’IA come genitori con un bambino prodigio, o, ancora, se la tecnologia non sia che uno specchio, un amplificatore che ci ammonisce e ci accusa delle nostre profonde paure. L’indistinzione segue anche il filo della specie, che non separa solo umano e non umano – il mostro non è solo l’altro, il mostro a volte siamo noi. E così seguiremo grazie a un’archeologia letteraria ciò che ha fatto sì che fra diverse specie di <em>homines</em> ne rimanesse solo una. Avanzando di poco, cronologicamente, evocheremo il demone sumero Pazuzu – dalla sua funzione mitologica alla sua duratura possessione della cultura pop contemporanea. E ancora, il limes di tutto ciò che è altro, affrontando ciò che vuol dire mostro o prodigio, per una cultura che purtroppo viene spesso neutralizzata da questi stessi attributi. Dalla mitologia ai movimenti queer seguiremo la meravigliosa faglia di indistinzione nella cultura islamica, o, altrove, in altri saggi, le implicazioni sociologiche dell’ibridazione e alla mostruosità ambivalente degli Stati sovrani. In breve queste pagine, questa argilla, sono tutto ciò che speravo che fossero: qualcosa di diverso, qualcosa di strano, e quindi più bello. L’alchimia prodigiosa di un’argilla che vuole diventare testo, e un testo che vuole diventare argilla.</p>
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		<title>La mente umana e le avventure della meraviglia</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/la-mente-umana-e-le-avventure-della-meraviglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2023 15:28:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[immaginazione]]></category>
		<category><![CDATA[la meraviglia del possibile]]></category>
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		<category><![CDATA[silvia ferrara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni nascita è sempre un atto di grande coraggio. In Grecia la felicitazione è na zisei, che significa “che possa vivere, che abbia vita”. E allora, “che la Meraviglia del possibile possa vivere sempre”. Questo non è solo un augurio per la nascita di questa rivista, ma anche un’esortazione rivolta a ognuno di noi per [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/la-mente-umana-e-le-avventure-della-meraviglia/">La mente umana e le avventure della meraviglia</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni nascita è sempre un atto di <strong>grande coraggio</strong>. In <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/il-tiranno-e-il-vandalo/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Grecia</strong></a> la felicitazione è <em>na zisei</em>, che significa “che possa vivere, che abbia vita”. E allora, “che la <strong>Meraviglia</strong> del possibile possa vivere sempre”. Questo non è solo un augurio per la nascita di questa rivista, ma anche un’esortazione rivolta a ognuno di noi per fare tre cose che prendono spunto dal nome della rivista.</p>
<p>La prima è <em>guardare con attenzione</em>. Uso il termine “guardare” di proposito, perché la meraviglia viene da lì. Meraviglia, <em>mirabilia</em>, viene dal latino <em>mirari</em>, <strong>“meravigliarsi”,</strong> riflessivo intransitivo, e da <em>mirare</em>, “guardare con attenzione”.</p>
<p>Chi fa scienza sa molto bene che <em>guardare bene</em>, osservare, è la cosa preliminare che si deve fare; chi fa ricerca, e anche chi è pagato per pensare, non cerca a vuoto: prima guarda quello che ha davanti e poi contempla le innumerevoli, molteplici,<strong> spaesanti geografie delle possibilità</strong> che quello che ha davanti può suggerirgli; poi sceglie che strada seguire, di che causa trovare l’effetto, cerca gli anelli saldi e quelli deboli di una catena logica, si immette in un labirinto fatto di reazioni, di effetti domino e moltiplicatori, di passaggi, di tentativi e di errori. E avanti così. Mirare allora vuol dire guardare, ma anche scegliere l’obiettivo, prendere la mira, puntare. Non è solamente meraviglia, non è stupore da fanciullino. È calcolo, è valutazione, è riflessione. Non c’è nulla di emotivo o istintivo nella meraviglia, non è poesia. È lettura attenta del mondo.</p>
<blockquote><p>Mirare allora vuol dire guardare, ma anche scegliere l’obiettivo, prendere la mira, puntare. Non è solamente meraviglia, non è stupore da fanciullino. È calcolo, è valutazione, è riflessione. Non c’è nulla di emotivo o istintivo nella meraviglia, non è poesia. È lettura attenta del mondo.</p></blockquote>
<h2>La meraviglia o <em>l’arte di leggere lentamente</em></h2>
<p><a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-colpa-di-epimeteo/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Friedrich Nietzsche</strong></a> quando era ancora filologo e non ancora filosofo disse una frase all’inaugurazione dell’università di Basilea: “La filologia è l’arte di leggere lentamente”. Ecco, leggere lentamente il mondo è la ricetta, il presupposto, la <em>conditio sine qua non</em> per la meraviglia.</p>
<p>Se la prima cosa è la meraviglia come <strong>osservazione riflessiva</strong>, la seconda cosa, il <em>possibile</em>, ha a che fare con <strong>l’immaginazione.</strong> Per fortuna o per sorte, di immaginazione mi occupo per lavoro. Non sono però pagata per immaginare, ma per spiegare da dove viene l’immaginazione, come gli esseri umani siano arrivati ai primi simboli e dunque al pensiero astratto e poi alla scrittura. Questi sono stati lunghi, lunghissimi e graduali salti che hanno portato alla proiezione di qualcosa di diverso da quello che c’è, dal fatto accidentale all’esperienza voluta, all’idea e all’idea dell’idea. Italo Calvino la chiama la forza speciale, il nodo di una rete di rapporti invisibili che compaiono quando compare qualcosa che prima non c’era. E <em>immaginazione</em>, etimologicamente, viene da <em>immagine</em>.</p>
<p>E allora parlo di <strong>disegni,</strong> profili, proiezioni, numeri, e soprattutto, dei segni che nascono prima delle lettere. I punti zero <strong>dell’immaginato,</strong> i tentativi di interpretare il mondo, per dargli un senso e imporgli un ordine. Il salto verso i primi simboli, verso la loro rappresentazione, creata per fissarla, trasmetterla e renderla immortale.</p>
<p>Il<strong> nostro passato</strong> ci ha regalato il ruolo più importante, almeno in questo senso: quello di <strong>trasformatori</strong> e creatori, fabbri di segni, scalpellini della natura, dalla quale noi, improvvisando e modificando il suo copione, abbiamo creato la più grande opera mai vista, tutta fatta di simboli. Perché ne parlo? Perché il nostro percorso, la nostra mente moderna nasce lì, nelle grotte di 40mila anni fa, con i labirinti di figure, dimensioni, colori. Nasce nelle emozioni di paura e sorpresa che alcune immagini evocano anche in noi, come le <strong>evocavano</strong> agli occhi delle donne e degli uomini che guardavano, o dovrei dire miravano, quei disegni.</p>
<p>Non è cosa da poco. Disegnare, creare contorni e silhouette, è un investimento per il cervello. Creare profili su una superficie piana, in due dimensioni, di contorni e sagome, è un’azione costruttiva che richiede l’intervento di molte strategie e decisioni. Si deve <em>mirare</em>, in tutti i sensi, insomma.</p>
<h2>Fenomenologia della mente moderna</h2>
<p>Questa è la<strong> mente moderna</strong>. Ha un’immagine fisica davanti a sé, di qualcosa in tre <strong>dimensioni,</strong> un bisonte, un leone, un cavallo, comincia vedendola in tutti i suoi trecentosessanta gradi di bisonte, leone e cavallo, stagliata davanti agli occhi, e poi la rende in un’immagine a due dimensioni, appiattita. Convertire qualcosa di tridimensionale in una rappresentazione bidimensionale è una cosa rivoluzionaria. Come ci siamo arrivati?</p>
<p>Ci sono voluti millenni. Non è un caso che le prime <strong>statuine preistoriche</strong> siano ancor più antiche dei disegni. La più antica (non poco controversa) viene da Berekhat Ram, nelle alture del Golan in Israele. Una proto-Venere con le fattezze appena accennate, timide curve di dichiarazione femminile. Ha 233mila anni.</p>
<p>Ci sono voluti migliaia di anni per iniziare a immaginare, per<strong> creare immagini</strong>, per rendere possibile l’astrazione, per rendere concreta la capacità dell’essere umano di creare cose che non ci sono, di <em>presentificare l’assenza</em>: di pensare l’irrealtà. E per darle forma e nome, e poi trasmetterla e renderla quella cosa che noi, spesso abusandone, chiamiamo “cultura”.</p>
<p>Da lì nasce il fondamento e la potenzialità di un’altra cosa unicamente umana: la nostra netta, potente, insuperabile capacità di creare storie. Ma quali sono le storie da raccontare? E con questa domanda arriviamo alla terza cosa che vorrei menzionare, il taglio delle storie che raccontiamo.</p>
<p>Come raccontiamo le storie è importante tanto quanto le storie che scegliamo di <strong>raccontare.</strong> Una delle cose che caratterizza la nostra specie umana è guardare, <em>mirare</em> i nostri <em>fellow humans</em>, e guardarli da vicino, far loro domande, giudicarli, testarli. Anche il più riservato tra noi adora fare queste cose, è così dal Pleistocene. Conoscere storie altrui e provare emozioni che derivano da esse è una cosa darwiniana, ci aiuta per la riproduzione e per la sopravvivenza. Ci aiuta a prevedere le mosse dell’altro, ad anticiparne le reazioni, per rimanere su questa Terra un po’ più a lungo.</p>
<blockquote><p>Come raccontiamo le storie è importante tanto quanto le storie che scegliamo di raccontare.</p></blockquote>
<p>È un gran peccato che tutte queste storie, che sono conoscenza, siano state storicamente divise. L’Illuminismo europeo, pur con tutti i suoi meriti, ci ha fatto un disservizio epistemologico – parlo da accademica che fa ricerca tra discipline – perché ha diviso la conoscenza in tre grandi rami: scienze naturali, scienze sociali, e studi umanistici.</p>
<h2>La mente umana come filtro della conoscenza</h2>
<p>Le <em>humanities</em>, e mi scuserete perché uso il termine inglese, ma<strong> “studi umanistici”</strong> è proprio brutto e non siamo ancora, ahimè, pronti, almeno in questo Paese, a chiamarle “scienze umane”, non sono distinte dalla scienza, nessun vuoto fondamentale nel mondo reale o nei processi della mente umana le separa: le une permeano le altre. Non ha importanza quanto sembrino distanti dalla nostra vita quotidiana i fenomeni affrontati dal metodo scientifico, non ha importanza quanto siano vasti in espansione o microscopici alla vista: tutta la conoscenza scientifica, <em>tutta</em> la conoscenza, passa dal filtro della mente umana. L’atto di scoperta è in toto, completamente, una storia, un filtro, un prodotto umano.</p>
<p>La sua narrazione è un risultato umano. La <strong>conoscenza</strong> è assolutamente intrinseca, connaturata, pervasa di cervello e di corpo umano. E non importa quanto sia sottile o fuggevole o personale o etereo il pensiero umano: la sua base fisica è spiegabile, sempre, dalla scienza. La scienza è dunque il fondamento delle materie umanistiche. E forse queste ultime hanno uno slancio ancor più lungo: voglio provare a spiegarvi perché.</p>
<p>L’osservazione scientifica guarda, <em>mira</em>, diremmo di nuovo, a tutti i fenomeni che esistono nel mondo reale, così come sono, nella realtà così come è. La sperimentazione scientifica guarda tutti i mondi potenziali, postulabili, riconoscibili e possibili, e la teoria scientifica abbraccia tutti i mondi di cui sopra, cercando di spiegarli o prevederli.</p>
<p>Le <em>humanities</em> racchiudono tutti e tre i livelli, e uno ancora di più, <strong>l’orizzonte</strong> dei mondi immaginati. Ma il disservizio sta nell’aver storicamente relegato le scienze umane a delineare che cosa significhi essere “esseri umani”’. A descrivere la condizione umana, a toccarla, a percepirla, a sentirla, ma non a spiegarla.</p>
<p>Eppure, esser state confinate a descrivere e narrare la condizione umana è stato il germe che ha tolto alle <strong>scienze umane</strong> le loro stesse radici, una bolla piccola assorbita nel vasto mondo fisico e biologico in cui è nata la nostra specie e in cui continua a esistere. Così le scienze umane rimangono incuranti e disattente, cieche di fronte all’ambiente e alle forze che lo guidano e che ci guidano verso qualunque sia il destino ordinato dalle nostre azioni, resistenti a capire <em>perché</em> la mente umana si comporta come si comporta, a tutti i processi fisici e biologici della stessa fonte, la mente umana stessa, che ha creato tutta la Storia e le storie che le scienze umane raccontano.</p>
<p>In un mondo in cui la conoscenza si espande, tutto sembra essere diventato più piccolo. C’è un corollario al taglio delle storie, che ha a che fare con il linguaggio.</p>
<h2>Iconografia e linguaggio della meraviglia</h2>
<p>C’è una storia <strong>interessante</strong> o forse anche una lezione importante, legata all’<strong>evoluzione linguistica</strong>. I gruppi piccoli, si sa, creano linguaggi tutti loro, lessici familiari incomprensibili a chi non fa parte del gruppo, mostri comunicativi che creano estromissioni, indecifrabilità, incomprensione. Chi lavora all’università sa benissimo che tutto il sapere è completamente disallineato: i messaggi di un astrofisico non passano a un archeologo. Non si parla la stessa lingua. I codici grafici e le lingue sono delle trappole infernali. Se non conosci il codice, sei escluso.</p>
<p>Sono stati fatti degli <strong>esperimenti</strong> che trovo illuminanti su come si inventa un codice grafico all’interno di un gruppo. I partecipanti si siedono intorno a un tavolo, senza parlarsi e quindi senza usare il linguaggio devono passarsi dei messaggi. Tutto quello che hanno in mano sono una penna e un foglio, e devono comunicare in via scritta un concetto complicato o astratto o difficile da disegnare come “museo”, “parlamento”, o Brad Pitt. I simboli che vengono creati iniziano sempre con forme super iconiche e complesse, e man mano diventano meno dettagliati e sempre più astratti. Dopo ripetute interazioni, gli stessi segni vengono usati per esprimere gli stessi significati, dunque il comportamento dei partecipanti si <em>allinea</em>, converge, va sempre più d’accordo.</p>
<p>Così si arriva alla convenzione del codice grafico, togliendo tutti gli orpelli e i fronzoli ai simboli. Ma se aggiungiamo a questi scambi degli osservatori passivi, e chiediamo loro di identificare i simboli dei partecipanti attivi, i passivi si perdono. Sono tagliati fuori dalla comunicazione.</p>
<p>Facciamo lo stesso anche noi scienziati con il linguaggio che usiamo per trasmettere la <strong>scienza,</strong> creando mostri che non vogliono dir nulla a chi ci dovrebbe davvero ascoltare, forse addirittura aggiungendo inutili orpelli.</p>
<p>Allora dovremmo pensare di fermarci e riflettere su come comunichiamo, quali parole scegliamo, perché le scegliamo tra le migliaia possibili a nostra disposizione, e chiederci perché ci accontentiamo di parlare solo tra noi filologi, tra noi archeologi, tra giuristi, tra economisti e tra astrofisici, con i nostri lessici famigliari, dentro alle bolle di comfort.</p>
<p>E forse dovremmo guardare meglio il <strong>passato,</strong> come se fosse, sempre e per tutti, per gli scienziati come per gli umanisti, una scienza dura, che invece di descrivere l’uomo ci aiuti a spiegarlo, che ci dia i “perché”. In Cina per indicare il passato si guarda davanti a sé, perché lo si conosce bene, perché è passato davanti ai nostri occhi. Noi forse potremmo imparare qualcosa da questo, invece di buttarcelo alle spalle, di lasciarlo indietro o di dimenticarlo del tutto. Per capire i mondi possibili proiettati nel futuro, per prevederli, per misurarli. Per guardarli bene, lentamente e prima.</p>
<p>Ho sempre pensato che l’infinito fosse talmente inconcepibile da essere prerogativa solo di poeti e di filosofi.</p>
<p>L’infinito non è immaginabile, non è mirabile. È una cosa disumana. Ma i destini dei <strong>mondi reali e possibili</strong> mi interessano, non da umanista ma da essere umano. I mondi reali e possibili che nascono dall’osservazione di quello che c’è, e la sua trasformazione, e l’immaginazione che storpia e cambia e crea metafore, e le storie che gli umani raccontano, e il linguaggio che usano per spiegare che tutto, tutto quel che c’è e potrebbe essere, tutti i mondi possibili sono umani, irresistibilmente umani.</p>
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		<title>I giorni dei lenti progressi sono terminati</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/la-ia-si-trova-adesso-in-un-momento-cruciale/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 10:57:44 +0000</pubDate>
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<p>Questo libro mette in guardia le società che dovranno essere preparate davanti al potenziale distruttivo di macchine in grado di ragionare, imparare e risolvere problemi come gli esseri umani. <em>Ai 2041. Scenari dal futuro dell’intelligenza artificiale</em> presenta una <em>road map</em> dei prossimi decenni che mostra come si svilupperà l’intelligenza artificiale attraverso una combinazione di saggi scritti da Lee, guru dell’IA ed ex capo di Google in Cina, e di racconti scritti dall’astro nascente della fantascienza cinese, Chen Qiufan. Chen trasforma la visione di Lee in dieci racconti; dalla lotta di un’adolescente indiana contro un algoritmo discriminatorio a un malvagio scienziato tedesco sull’orlo di scatenare un genocidio quantistico. Ma è tutto il mondo narrato in queste pagine ad apparire insieme vertiginosamente lontano e terribilmente prossimo. Le visite mediche non richiederanno più il contatto umano, con bagni intelligenti che analizzeranno gli escrementi dei pazienti senza bisogno di provette. I camerieri consiglieranno i piatti in base alle registrazioni dei menu preferiti e della propensione all’avventura dei clienti. La tesi è semplice: non le macchine, ma gli esseri umani sono responsabili del buon o cattivo uso della tecnologia. A noi la scelta di quale futuro raccontarci.</p>
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<p>_____________________________________</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>L’intelligenza artificiale (IA) è un software e hardware intelligente in grado di eseguire compiti che solitamente richiederebbero intelligenza umana. La IA è la delucidazione del processo umano di apprendimento, la quantificazione del processo del pensiero umano, l’esplicazione del comportamento umano e la comprensione di ciò che rende possibile l’intelligenza. È il passo finale dell’umanità lungo il cammino della comprensione di sé stessa; personalmente, spero di essere parte di questa nuova e promettente scienza.</p></blockquote>
<p>Ho scritto queste parole quasi quarant’anni fa, quando ero uno studente sognatore che stava facendo domanda per il programma di dottorato della Carnegie Mellon University. Lo scienziato informatico John McCarthy aveva coniato il termine “intelligenza artificiale” ancora prima, durante il leggendario <em>Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence</em> dell’estate del 1956. A molte persone, <strong>l’IA sembra essere la quintessenza della tecnologia del Ventunesimo secolo</strong>, ma alcuni di noi la stavano studiando già decenni prima.</p>
<p>Nei primi tre decenni e mezzo del mio viaggio nell’intelligenza artificiale, questo campo di ricerca è rimasto sostanzialmente confinato all’accademia, con poche applicazioni commerciali di successo. Un tempo, le applicazioni pratiche della IA evolvevano lentamente. <strong>Negli ultimi cinque anni, invece, la IA è diventata la tecnologia più in voga del mondo</strong>. Un punto di svolta sorprendente si è verificato nel 2016 quando AlphaGo, una macchina costruita dagli ingegneri di DeepMind, ha sconfitto Lee Sedol nei cinque round di una sfida di Go nota come Google DeepMind Challenge Match.</p>
<p>Il Go è un gioco da tavolo più complesso degli scacchi di un miliardo di miliardi di miliardi di miliardi di volte. Inoltre, a differenza degli scacchi, il Go è ritenuto dai suoi milioni di entusiastici appassionati un gioco che richiede un’intelligenza, una saggezza e una raffinatezza intellettuale degna dello Zen. <strong>Quando un concorrente IA sbaragliò il campione umano, per molte persone fu uno choc.</strong> AlphaGo, come la maggior parte delle grandi conquiste nella IA, era basata su deep learning, una tecnologia che attinge a vasti set di dati per insegnare a se stessa. Il deep learning è stato inventato molti anni fa, ma solo di recente si è ottenuto abbastanza potere computazionale per dimostrarne l’efficacia e sufficienti dati di addestramento da conseguire risultati eccezionali.</p>
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<p>Rispetto ai miei difficili inizi nella IA, quarant’anni fa, oggi per le nostre sperimentazioni con la IA abbiamo a disposizione circa un migliaio di miliardi di volte il potere computazionale di allora, mentre archiviare i dati necessari è 15 milioni di volte più economico. <strong>Le applicazioni del deep learning – e le tecnologie di IA collegate – toccheranno praticamente ogni aspetto delle nostre vite</strong>.</p>
<blockquote><p>La IA si trova adesso in un momento cruciale. Ha abbandonato la torre d’avorio. I giorni dei lenti progressi sono terminati.</p></blockquote>
<p>Solo negli ultimi cinque anni, la IA ha sconfitto i campioni umani del Go, del poker e del videogioco Dota 2, diventando così potente che in sole quattro ore impara a giocare a scacchi abbastanza bene da essere invincibile per gli esseri umani. Non si tratta però solo dei giochi. <strong>Nel 2020, la IA ha risolto un enigma biologico vecchio cinquant’anni, chiamato ripiegamento biologico</strong>.</p>
<blockquote><p>Questa tecnologia ha superato gli esseri umani nel riconoscimento vocale e degli oggetti, creato “umani digitali” dallo straordinario realismo sia nelle apparenze che nella parlata, e ha ottenuto il punteggio massimo agli esami di ammissione all’università e agli esami di licenza medica. La IA supera in prestazioni i giudici per l’equità e la coerenza delle loro sentenze e i radiologi nella diagnosi del cancro ai polmoni, così come alimenta i droni che cambieranno il futuro delle consegne, dell’agricoltura e della guerra.</p></blockquote>
<p>Infine, la IA sta rendendo possibile la creazione di veicoli autonomi che guidano in autostrada con maggiore sicurezza degli esseri umani. <strong>Dove ci porterà tutto questo, mano a mano che la IA continua ad avanzare e che nuove applicazioni fioriscono?</strong> Nel mio libro del 2018 <em>AI Superpowers: China, Silicon Valley, and the New World Order</em>, ho affrontato la proliferazione dei big data, il “nuovo petrolio” che alimenta la IA.</p>
<p><strong>Gli Stati Uniti e la Cina sono alla guida della rivoluzione della IA</strong>, con gli Stati Uniti che primeggiano nei progressi della ricerca e la Cina che sfrutta più rapidamente i big data per introdurre applicazioni per la sua vasta popolazione. In <em>AI Superpowers</em> avevo predetto alcuni sviluppi: dal processo decisionale basato sui big data alla percezione della macchina, fino ai robot e ai veicoli autonomi.</p>
<blockquote><p>Ho previsto che queste nuove applicazioni della IA avrebbero creato un valore economico senza precedenti nelle industrie del digitale, della finanza, del commercio e dei trasporti, ma anche provocato problemi relativi alla perdita di lavori umani e sollevato altre questioni.</p></blockquote>
<p><strong>La IA è una tecnologia multiuso che penetrerà praticamente in ogni settore</strong>, attraverso quattro ondate che vanno dalle applicazioni di internet della IA a quelle degli affari, della percezione e delle applicazioni autonome. Quando leggerai questo libro, nel 2021 o più avanti, le previsioni che ho fatto in <em>AI Superpowers</em> saranno in gran parte diventate realtà. <strong>Adesso dobbiamo guardare alle prossime frontiere</strong>. Girando il mondo per parlare di IA, mi viene costantemente chiesto: “<strong>Cosa viene dopo? Cosa succederà tra cinque, dieci o vent’anni? Cos’ha in serbo il futuro per noi esseri umani</strong>?”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/la-ia-si-trova-adesso-in-un-momento-cruciale/">I giorni dei lenti progressi sono terminati</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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		<title>Il Gran Segreto della Carta Stampata &#8211; L&#8217;editoriale del n°2 di LMDP</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/il-gran-segreto-della-carta-stampata-leditoriale-del-n2-di-lmdp/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2022 14:22:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[carta]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[LMDP]]></category>
		<category><![CDATA[riviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo testo è tratto da La meraviglia del possibile n. 2 &#8211; Altre forme di vita Dream baby dream Keep them dreams burnin&#8217; forever Alan Vega C’era una volta un Editore che si innamorò perdutamente della Principessa dal Cuore di Ghiaccio di cui si diceva, e credo proprio fosse vero, che avrebbe, lei sola, rivelato [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/il-gran-segreto-della-carta-stampata-leditoriale-del-n2-di-lmdp/">Il Gran Segreto della Carta Stampata &#8211; L&#8217;editoriale del n°2 di LMDP</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/lmdp-altre-forme-di-vita/">Questo testo è tratto da <em>La meraviglia del possibile n. 2 &#8211; Altre forme di vita</em></a></p>
<p style="text-align: right"><em>Dream baby dream<br />
Keep them dreams burnin&#8217; forever<br />
</em>Alan Vega</p>
<p>C’era una volta un Editore che si innamorò perdutamente della Principessa dal Cuore di Ghiaccio di cui si diceva, e credo proprio fosse vero, che avrebbe, lei sola, rivelato il Gran Segreto della Carta Stampata a chi fosse stato capace di conquistarla. Il Gran Segreto, ovviamente, era la risposta alla domanda: a che serve pubblicare libri e riviste o altri oggetti di carta (nessuna offesa per ebook e magazine digitali: ma in quel caso, raccontano, la principessa era diversa, e quest’altra il cuore non lo aveva affatto), oggetti sui quali magari sono stampate parole difficili o addirittura scomode, in un mondo dove ogni potenziale motivazione nata da un bisogno – informarsi, studiare, intrattenersi…- è uccisa da una più rapida, comoda, economica soddisfazione di quello stesso bisogno? Come in tutte le favole, e anche nei racconti veri che ci somigliano, come questo, c’erano naturalmente condizioni ben precise: per vincere il gelido cuore della principessa, l’unico modo era attenderla vegliando per cento notti di seguito nel giardino ai piedi del suo balcone, senza alzarsi né addormentarsi mai, e sfidando gli innumerevoli pericoli e insidie che lo stesso giardino (ovviamente incantato) conteneva. L’Editore, impavido come d’altra parte richiedeva il mestiere da lui intrapreso, si prestò alla sfida senza paura e preparò il suo corpo e il suo spirito ad affrontare i rischi della lunga attesa alla fine della quale, sicuro com’era del prossimo trionfo, avrebbe visto la Principessa affacciarsi e rivelargli il Segreto, prima di giurargli eterno amore.</p>
<p>Nei primi trenta giorni affrontò soprattutto il Sonno, creatura dall’aspetto semiliquido, denso e viscoso, che tentò in tutti i modi di vincerlo finché per fortuna, proprio sul punto di cedere, l’Editore si accorse che il libro che aveva portato come scudo era in realtà un subdolo alleato del suo nemico, che a quel punto scacciò efficacemente con la potenza sul suo fatato Smartphone. Al trentunesimo arrivarono a frotte le Rese, con ali e artigli d’aquila e bocche umane, dalle quali continuamente sgorgavano lamenti e rimproveri: “È colpa tua, e degli ignoranti come te che non ci comprano!” “Sei stato tu, che non ci sostieni adeguatamente!” L’Editore tentò di rinchiuderle nella grande gabbia che aveva predisposto ma esaurì in fretta lo spazio, e tuttavia, col passare dei giorni (poiché le Rese non smisero mai di arrivare), imparò a gestire un efficace meccanismo di macero.</p>
<p>Le notti si susseguivano, lunghe e buie, ma l’Editore resisteva, e d’altro canto non ebbe proprio tempo di annoiarsi, preso com’era dalla lotta a tutte le creature, prodigiose e terribili, che vennero a trovarlo: arrivarono gli Autori Scontenti, su nuvole dense di tuono, e gli Spazi Ridotti, che tentarono di togliergli il respiro; e poi i Refusi, innumerevoli e subdoli, avvolti nei loro Mantelli dell’Invisibilità, e minacciosi nel loro grido di battaglia, un canto sinistro in onore del loro oscuro signore, l’Errore in Copertina. Vennero la Colla che non Attacca, i Commenti sui Social, i Ristretti Circoli, la Carta che Per Via Di Un Assurdo Conflitto Costa Ora Il Doppio e Non Puoi Certo Farla Pagare al Lettore: davanti a nessuna di loro l’Editore tremò. E arrivò così la Centesima notte, l’ultima: al sorgere del sole, il Segreto sarebbe stato rivelato. La notte fu quieta e silenziosa, l’aria mite. Le ore trascorsero in modo singolarmente piacevole. Quando, nel buio che andava rischiarandosi, il primo uccellino annunciò l’alba in arrivo, l’Editore si alzò e andò via.<br />
***<br />
Non sono sicuro di conoscere la morale della storia che ho scritto qui sopra e che ho ripreso da una favola siciliana ascoltata quando ero bambino (non sono sicuro di ricordarla correttamente). D’altra parte, non ne conosco nemmeno la fine: non sono l’Editore (io al Sonno cedo sempre) e, sfortunatamente, neppure la principessa. Credo tuttavia che la risposta della Principessa, se mai avesse avuto modo di darla, avrebbe avuto a che fare, come il titolo di questa rivista, con la meraviglia e la necessità di rinnovarla, giorno dopo giorno. Tendere a un fine, magari quantificabile, è spesso ma forse non sempre una ragione valida per intraprendere qualcosa, e avere le risposte che si cercano non è necessariamente il più lieto dei finali.<br />
***<br />
Fautrici della meraviglia sono in realtà le persone che hanno scritto i contenuti di questo numero della rivista, (che è il secondo, ma il primo che ho l’onore di introdurre), e anche quelle che hanno scritto il precedente e, ancora, chi sta lavorando ai successivi. Voglio ringraziarle tutte e assicurare che nessuna di loro è andata a trovare l’Editore nelle tormentate notti trascorse nel giardino. Voglio anche e soprattutto ringraziare la Luiss (dovrei fare qualche centinaio di nomi: meglio il collettivo) che ha dato e dà a ciò che sono la possibilità di dare il meglio – correggendo lungo il cammino, lo confesso, centinaia di refusi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;isola che non c&#8217;è</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/lisola-che-non-ce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Sep 2022 11:11:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con l&#8217;estratto che segue di L&#8217;isola sospesa. Taiwan e gli equilibri del mondo Stefano Pelaggi introduce alcuni degli elementi che rendono Taiwan un caso davvero singolare da un punto di vista geografico, storico, politico, economico e persino sportivo. Studiare Taiwan implica affacciarsi su un&#8217;anomalia. L&#8217;eccezione rappresentata da Taiwan richiede una prospettiva d&#8217;indagine complessa: affermare Sono [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con l&#8217;estratto che segue di <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/lisola-sospesa/"><em>L&#8217;isola sospesa. Taiwan e gli equilibri del mondo</em></a> Stefano Pelaggi introduce alcuni degli elementi che rendono Taiwan un caso davvero singolare da un punto di vista geografico, storico, politico, economico e persino sportivo. Studiare Taiwan implica affacciarsi su un&#8217;<em>anomalia</em>. L&#8217;eccezione rappresentata da Taiwan richiede una prospettiva d&#8217;indagine complessa: affermare <em>Sono taiwanese </em>testimonia una cultura d&#8217;appartenenza che, di primo acchito, sembra incatturabile e indefinibile.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo scrittore Giorgio Manganelli scrive di ritorno da un viaggio nell’isola negli anni Settanta: <strong>“Di Taiwan non sappiamo niente. L’isola è anomala. Molto anomala. Giuridicamente è quanto di più prossimo alla non esistenza possibile […] e Taipei è la capitale dell’isola che non c’è”</strong>. Si tratta di un’anomalia giuridica e politica. Taiwan è una nazione che emette moneta, dispone di un proprio esercito, controlla il territorio e difende i propri confini. I cittadini taiwanesi hanno un passaporto, di colore verde e con la scritta Taiwan, che gli consente di entrare, senza bisogno di un visto, in oltre 150 Paesi.</p>
<p>Gli Uffici di rappresentanza di Taiwan sono presenti in più di cento capitali nel mondo e svolgono le tipiche funzioni consolari e diplomatiche, dall’emissione di visti ai servizi per i cittadini taiwanesi all’estero. Quando cerchiamo la bandiera taiwanese, tra le emoticon disponibili nei programmi di scrittura del nostro cellulare troviamo un vessillo su campo rosso con un rettangolo blu nell’angolo e a malapena riusciamo a distinguere un sole bianco con dodici raggi triangolari. Milioni di prodotti con impressa la scritta Made in Taiwan vengono acquistati ogni giorno in tutti gli angoli del globo.</p>
<blockquote><p>La compagnia di bandiera taiwanese vola in più di 31 Paesi, e in 100 aeroporti del mondo possiamo vedere gli aerei taiwanesi che mostrano la bandiera del Paese sulla fiancata. Gli atleti taiwanesi partecipano regolarmente alle Olimpiadi e in tutte le competizioni internazionali. Gli scrittori taiwanesi sono tradotti e letti ovunque, e i film prodotti nell’isola riscuotono successo di pubblico e critica. Alla fatidica domanda: “Where are you from?” ventitré milioni di persone sono pronte a rispondere, orgogliosamente e senza nessun dubbio, di essere taiwanesi.</p></blockquote>
<p>Tuttavia, gli Uffici di rappresentanza di Taiwan non sono ambasciate o consolati. La bandiera di Taiwan la troviamo tra le emoticon sul nostro cellulare ma molto raramente possiamo vederla sventolare insieme alle altre nelle sedi delle organizzazioni internazionali. Sul passaporto verde, insieme alla scritta Taiwan in inglese c’è anche la dicitura Republic of China, in mandarino. Il nome della linea aerea di bandiera taiwanese, China Airlines, crea talvolta confusione tra i passeggeri. <strong>I principali marchi taiwanesi, come Htc, Acer, Asus e Giant tra i tanti, sembrano riluttanti a mostrare apertamente la scritta Made in Taiwan.</strong> Gli atleti di Taiwan gareggiano con la denominazione di “Taipei Cinese”, la bandiera che li rappresenta raffigura il sole blu con i dodici raggi, affiancata però dai cerchi olimpici e con una disposizione diversa da quella della bandiera nazionale, e quando vincono una medaglia alle Olimpiadi – taekwondo e sollevamento pesi sono le discipline in cui Taiwan riesce talvolta a conquistare il podio – gli altoparlanti non suonano l’inno nazionale ma una versione alternativa. Gli artisti taiwanesi sono spesso chiamati a definire o descrivere la propria cultura di appartenenza.</p>
<blockquote><p>Soprattutto quando viene proferita la risposta: “Sono taiwanese”, segue, nella stragrande maggioranza dei casi, una successiva richiesta di spiegazione sul reale significato di Taiwan, una precisazione che inevitabilmente include la distinzione rispetto alla matrice culturale dominante nell’isola. Un’anomalia che non è solo giuridica, ma anche storica e culturale, una condizione inedita e pressoché unica che viene immancabilmente descritta attraverso le dinamiche dell’evoluzione dell’identità nazionale nell’isola.</p></blockquote>
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<p>Gli elementi di incertezza, le interpretazioni divergenti e i percorsi possibili per descrivere la peculiarità taiwanese sono molteplici. <strong>Taiwan è l’unico territorio conteso al mondo che ha piena sovranità all’interno dei propri confini</strong>, è membro della World Trade Organization e del Forum di cooperazione economica Asia-Pacifico, ma è esclusa da tutte le riunioni delle agenzie delle Nazioni Unite. La stragrande maggioranza della letteratura scientifica indica Taiwan come una media potenza basandosi sugli indicatori economici, militari e strategici, tuttavia il peculiare contesto diplomatico presenta delle evidenti anomalie rispetto alla definizione di “media potenza”.</p>
<p><strong>A differenza dell’“isola che non c’è” di Peter Pan, lo spazio fisico di Taiwan è ben definito</strong>, e l’osservazione della carta geografica consente di fissare alcuni elementi certi: la posizione geografica dell’isola nel cosiddetto Mediterraneo asiatico, ai margini del Rimland nel mare interno dell’Asia Orientale, è cruciale per il Giappone e la Corea del Sud, ma soprattutto Taiwan garantisce la libertà di navigazione nelle acque dello Stretto di Taiwan (d’ora in poi “lo Stretto”) alla Marina statunitense e la conseguente egemonia di Washington nella regione. Più di un terzo degli scambi globali di merci passa per il Mar Cinese Meridionale, il controllo del bacino è fondamentale sia a livello strategico sia a livello commerciale, tanto che<strong> Robert Kaplan lo ha definito “il campo di battaglia definitivo del XXI secolo”</strong>.</p>
<p>L’isola di Taiwan si trova sulla principale arteria di collegamento tra i due oceani che bagnano la regione dell’Indo-Pacifico. Il governo taiwanese ha giurisdizione su 22 isole dell’arcipelago di Taiwan e su 64 isole dell’arcipelago di P’eng-hu, dette Pescadores, mentre le restanti isole dell’arcipelago sono rivendicate da altri attori regionali: le isole Diaoyutai sono rivendicate dal Giappone con il nome di isole Senkaku, e dalla Repubblica popolare cinese come isole Diaoyu; le isole, o meglio gli scogli e atolli chiamati Paracelso, sono rivendicate da Vietnam e Repubblica popolare cinese; infine, le isole Spratly sono rivendicate praticamente da tutti, dalla Malesia, dal Vietnam, dalle Filippine e dalla Repubblica popolare cinese.</p>
<p><strong>L’isola ha la forma di una foglia di tabacco e la maggior parte del territorio è montuoso, un terzo sopra i mille metri di altitudine e un altro terzo tra i cento e i mille metri</strong>. La costa occidentale dell’isola ha solamente due approdi possibili, Tamsui a nord, nelle vicinanze della capitale Taipei, e Kaoshiung a sud, mentre le forti correnti della costa orientale rendono la navigazione difficile, dato che la conformazione della costa non consente facili approdi.</p>
<blockquote><p>Una popolazione di circa 24 milioni di persone abita un territorio di 36 chilometri quadrati, una dimensione più grande del Belgio e più ridotta della Svizzera: una densità di popolazione altissima, 672 persone per chilometro quadrato, che fa di Taiwan il terzo Paese al mondo nella classifica di densità di popolazione, con l’esclusione dei microstati, dopo Malta e il Bangladesh.</p></blockquote>
<p>La geografia di Formosa, il nome che gli occidentali hanno usato nei secoli scorsi per l’isola, è impervia, con diverse catene montuose e pochi fiumi navigabili. Due caratteristiche che hanno impedito sia la presenza umana fino a tempi recenti, sia il controllo del territorio negli scorsi secoli.</p>
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		<title>L&#8217;orizzonte del possibile</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 11:41:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’orizzonte del possibile è una sottile linea di demarcazione tra quanto può esistere e ciò che invece non si realizza. Il possibile infatti non è, non appartiene (ancora) al dominio della realtà. Tuttavia, non è del tutto corretto dire che non sia, perché non è escluso che possa divenire reale. Il discrimine è così sottile [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’orizzonte del possibile è una sottile linea di demarcazione tra quanto può esistere e ciò che invece non si realizza. Il possibile infatti non è, non appartiene (ancora) al dominio della realtà. Tuttavia, non è del tutto corretto dire che non sia, perché non è escluso che possa <em>divenire</em> reale. Il discrimine è così sottile che secondo alcuni il possibile non esiste affatto. Il tema del possibile ha attraversato la storia del pensiero occidentale: perché qualcosa che può essere è? E, viceversa, perché qualcosa che potrebbe non essere, e forse sarebbe meglio che non fosse, invece è? La vertigine del possibile si è andata intrecciando nei secoli con il cristianesimo, che lo ha inserito – non senza difficoltà e passaggi complessi – in una teologia costruita secondo le categorie dell’ontologia greca. Un momento significativo si è raggiunto in età moderna con il confronto tra Spinoza, secondo cui tutto ciò che è possibile in Dio è per ciò stesso necessario, e Leibniz, il quale sostiene l’infinità dei mondi possibili nella mente di Dio. Quest’ultimo sceglie di realizzare soltanto i possibili che rispondono al suo disegno e che vanno a costituire, appunto, “il migliore dei mondi <em>possibili</em>”. Perché il mondo è come è, e non è diverso? Perché proprio questa alternativa è quella reale, tra tutte le altre infinite possibilità? Evidentemente, conclude Leibniz, tra tutti i mondi che avrebbero potuto essere, questo è quello che è sostenuto dalle ragioni migliori. E chi può valutarle, se non Dio, che sceglie il migliore dei mondi dopo aver contemplato tutti gli altri possibili, come se fossero dispiegati davanti a lui, sottratti al tempo e alla storia: ipotetici, certo, ma esattamente come sarebbero stati se fossero esistiti. Nei Saggi di teodicea (1710, trad. it. di M. Marilli, Bur 2013), Leibniz descrive la scelta divina con la raffigurazione del palazzo dei destini, le cui stanze rappresentano ciascuna un mondo e sono disposte in una forma piramidale, con al vertice il mondo reale e a discendere tutti gli altri mondi possibili, che si ampliano in una base infinita. In un’immagine tanto efficace quanto poetica, il palazzo appare in sogno a Teodoro, gran sacerdote del tempio di Giove: “V’era là un palazzo di indescrivibile splendore e d’immensa grandezza [&#8230;]. Esso racchiude le rappresentazioni non solo di ciò che accade, ma anche di tutto ciò che è possibile. E Giove, avendole passate in rassegna prima che il mondo iniziasse a esistere, distribuì le possibilità in mondi, e scelse il migliore di tutti. Qualche volta egli viene a visitare questi luoghi, per concedersi il piacere di ricapitolare le cose e rinnovare la propria scelta, della quale non può fare a meno di compiacersi”.</p>
<p>L’infinità dei possibili e la loro combinazione che dà vita alla realtà (sull’arte combinatoria verte anche <em>Il castello dei destini incrociati</em>, romanzo del 1969 di Italo Calvino, forse non esente da un’ispirazione leibniziana) non può che destare un senso di meraviglia. Quella stessa meraviglia che è stata vista come il primo passo verso la conoscenza, l’inizio del desiderio di sapere: si veda Platone (<em>Teeteto</em>, 155 b): “È proprio del filosofo essere pieno di meraviglia, né altro cominciamento ha il filosofare che questo”, e anche Aristotele (<em>Metafisica</em> I, 1, 980 a 1): “Gli uomini cominciarono a filosofare a causa della meraviglia”. In questa ottica, la meraviglia è un sentimento complesso: non è semplice stupore dinanzi all’ignoto e a ciò che non si comprende, ma è il riconoscimento della propria ignoranza e il desiderio di superarla. Questo impulso conoscitivo attiva un processo che è poi la dinamica stessa del progresso: una volta acquisita la spiegazione di un fenomeno, la ricerca delle cause prosegue per trovare nuove risposte a ulteriori domande, nella consapevolezza che l’arte dell’interrogare è più decisiva di quella del rispondere. Noi esseri umani siamo alla continua ricerca di risposte. L’esigenza di ottenerle sembra essere connaturata all’esperienza stessa della vita. La meraviglia del possibile, allora, vuole abitare le domande e i dubbi, riscoprire il pensiero interrogante che si alimenta di critica, e quindi evocare quel senso di stupore e di vertigine di fronte all’ignoto, quella tensione, quel richiamo a gettarci nell’abisso del futuro per anticiparne gli svolgimenti e conoscerne i segreti. La rivista della Luiss, che porta questo titolo, si pone l’obiettivo di affrontare i temi dell’attualità di domani muovendo da una riflessione sul presente: dai cambiamenti sociali alla tecnologia, dalla filosofia all’ambiente, le voci del mondo Luiss e di appartenenti al panorama culturale nazionale e internazionale si confrontano e dibattono di temi di grande rilevanza. In “Cominciare e Finire” , riflettendo sul momento dell’inizio di un’opera di prosa o poesia, Calvino scrive: “Ogni volta l’inizio è questo momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare” (addendum alle <em>Lezioni Americane</em> (1988), Mondadori 1993).</p>
<p>Con <em>La meraviglia del possibile</em>, l’idea è paradossalmente di mantenere vivo il “momento del distacco dalla molteplicità del possibile”: per gli autori che contribuiranno, l’inizio sarà stimolato dall’esplorazione – anche pre-teorica – di fenomeni, per distillare una storia da raccontare. Il primo numero è dedicato al racconto del mondo di domani, di quello che ancora non si è concretizzato, ma che sarà protagonista di un futuro prossimo. Numerosigli spunti su una molteplicità di argomenti e percorsi, tutti accomunati dal tentativo di dare senso a una realtà in divenire e di cogliere i mondi possibili un istante prima della loro effettiva realizzazione. Un simile sguardo al futuro e quella che potremmo definire “un’arte combinatoria” dei possibili comportano una complessità la cui gestione richiede un approccio interdisciplinare. Si pensi ai paradigmi metodologici messi in campo da quelle che Joseph Kagan, professore emerito di psicologia di Harvard e pioniere della psicologia dello sviluppo, ha definito le “tre culture”: scienze naturali, discipline umanistiche e scienze sociali (<em>The Three Cultures. Natural Sciences, Social Sciences, and the Humanities</em> in the 21st Century, Cambridge University Press 2009. Il riferimento, evidente sin dal titolo, è al saggio <em>The Two Cultures and the Scientific Revolution</em> (1959) di Charles Percy Snow). Le discipline umanistiche pongono l’enfasi su creatività e immaginazione, aumentano la capacità di una lettura contestuale e di stravolgere il convenzionale e permettono così di aprire nuove prospettive. Da questo punto di vista, sono scienze “umane” in quanto esaltano le caratteristiche proprie dell’uomo, che si ritrovano in quel senso di meraviglia davanti all’ignoto cui si accennava prima. Il metodo di creazione di conoscenza delle scienze sociali e delle scienze “dure”, invece, si basa sulla formulazione di ipotesi, su analisi e dimostrazioni. Pur nella diversità di approcci, si ritrova la complementarità delle tre culture. La meraviglia del possibile propone un approccio ibrido che combini scienze umane, sociali e naturali, per mettere a frutto metodi di produzione di conoscenza diversi in un lavoro sulle intersezioni fra culture che esalta il pensiero creativo, critico e multi-prospettico ed evita una visione ristretta. Una traiettoria simile servirebbe per rispondere alla meraviglia di fronte a ciò possiamo conoscere e interpretare le trasformazioni del possibile.</p>
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