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	<title>stato Archivi - La Meraviglia Del Possibile</title>
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	<title>stato Archivi - La Meraviglia Del Possibile</title>
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		<title>Divertirsi da morire</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/divertirsi-da-morire-neil-postman-libro-seconda-edizione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Sep 2023 10:44:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I media definiscono le nostre percezioni, organizzano le nostre esperienze e reazioni emotive, condizionando ogni gesto e azione sociale. In breve, confezionano e convalidano un mondo possibile, rendendolo leggibile, coeso e attraente. Così intesa, la “realtà” si riduce a un immenso accumulo di pseudo eventi o di eventi mediali. Ma c&#8217;è una tipologia specifica di [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I media definiscono le nostre percezioni, organizzano le nostre esperienze e reazioni emotive, condizionando ogni gesto e azione sociale. In breve, confezionano e convalidano un mondo possibile, rendendolo leggibile, coeso e attraente. Così intesa, la “realtà” si riduce a un immenso accumulo di pseudo eventi o di eventi mediali. Ma c&#8217;è una tipologia specifica di media che, più fra tutti, è stato in grado di innescare una sorta di &#8216;trasformazione antropologica&#8217; che ha cambiato non soltanto il modo di fruire le informazioni, ma il fruitore stesso.</p>
<h2>Dalla stampa alla televisione: la mutazione antropologica</h2>
<p>Nel momento in cui il primato socioculturale della stampa entra in crisi e s’impone il modello audiovisivo, la realtà (percepita) cambia e, con essa, dunque, anche la società nel suo complesso. Di fatto, laddove la fruizione di un testo scritto presuppone una certa capacità di astrazione e l’applicazione di un pensiero logico, richiedendo di conseguenza un coinvolgimento cognitivo intenso, dialettico, profondo, imponendo un&#8217;attenzione prolungata e sostenuta, la televisione, al contrario, riduce ogni contenuto ad un flusso inarrestabile e continuo di immagini in movimento, montate in<br />
rapida successione, secondo una logica tutt’altro che trasparente. Come scrive l&#8217;autore stesso:</p>
<blockquote><p>Quello che la gente guarda e ama guardare sono immagini in movimento. Milioni di immagini di breve durata e con rapidi cambi di inquadratura. È nella natura del mezzo il fatto di sopprimere il contenuto delle idee per far posto all’interesse visivo, cioè per far posto a valori spettacolari.</p>
<p>(Neil Postman, <em>Divertirsi da morire</em>, Cap. &#8216;L&#8217;era dello spettacolo&#8217;)</p></blockquote>
<p>La televisione, insomma, in quanto medium, privilegia una forma di comunicazione basata unicamente sull’intrattenimento e sullo svago – entertainment, infotainment, amusement – introducendo un’estetica squisitamente spettacolare. Promuove contenuti visuali, leggeri, rapidi, vacui, frammentati, mercificati, appositamente progettati per divertire, stimolare e distrarre. Pertanto, una società dominata dalla televisione è formata da individui superficiali, distratti, incapaci di sviluppare un pensiero critico. Postman chiarisce che il problema non è tanto il divertimento quanto il contesto: dato che la televisione presenta tutti i contenuti, anche quelli importanti, in modo disimpegnato e banale, essa finisce inevitabilmente per banalizzarli. Nella misura in cui la televisione acquista una centralità all’interno del mediascape americano, tutti gli altri mezzi di comunicazione tendono a conformarsi ai suoi pregiudizi, idiosincrasie formali e modalità di rappresentazione. “Quello che deploro non è che la televisione diverte, ma che ha fatto del divertimento il modello naturale per rappresentare ogni esperienza. Il problema, per usare le stesse parole dell&#8217;autore,&#8221; non è che la televisione ci regali del divertimento, è che tutti gli argomenti siano presentati come divertimento&#8221;. Secondo Postman, il rischio più grave che corrono le società tecnologicamente più avanzate è, per l’appunto, morire di divertimento.</p>
<h2>Orwell vs Huxley: verità unica contro opinione</h2>
<p>Con &#8216;Divertirsi da morire&#8217;, Neil Postman invita il suo lettore ad una presa di coscienza radicale, l&#8217;inizio di un percorso di redenzione: prendere atto che la società contemporanea ha assunto connotati distopici, concretizzando le profezie di un altro grande autore del passato. In questo senso, il termine di riferimento non è tanto il 1984 (1949) di George Orwell, quanto<em> Il mondo nuovo</em> (1932) di Aldous Huxley. Il primo, infatti, presuppone una logica coercitiva e punitiva che si realizza attraverso una sorveglianza costante, una propaganda totale e una manipolazione psicologica; sono questi gli strumenti con i quali il governo controlla l’intera popolazione e reprime il dissenso con violenza. Ma pare che la storia, secondo Postman, abbia dato ragione al secondo. La distopia huxleyana è assai più<br />
insidiosa ed efficace, perché seducente e divertente. Nella società descritta in 1984, c’è una sola Verità, quella del Grande Fratello. Nel Mondo nuovo, mille verità proliferano in forma virale, con il risultato che la nozione stessa di evidenza perde ogni significato. La realtà e l&#8217;oggettività degli avvenimenti sfumano in un orizzonte frastagliato, mobile, caotico e confuso. Alla verità unica di Orwell, pare che il corso della storia abbia preferito la miriade di opinioni profetizzate da Huxley: oggi non contano più fatti, bensì ciò in cui uno “crede” o “sente”. Nella società descritta da Huxley, la tecnologia in tutte le sue manifestazioni esercita un controllo totale sulla cultura, sulla politica e sull’economia. Il futuro <em>finzionale</em> è il nostro presente, amministrato da un manipolo di edgelords multimilionari (Musk, Bezos, Zuckerberg, Dorsey&#8230;), adorati come demiurghi dalle masse e nuovi padroni del mondo.</p>
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		<title>La legge del più forte</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/diritto-strumento-guerra-legge-piu-forte-luca-picotti-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Sep 2023 10:17:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Spesso si è sentito parlare di guerra economica, intesa come quell’insieme di pratiche adottate dagli Stati per piegare o comunque indebolire economicamente Paesi rivali o concorrenti. Raramente si è prestata attenzione all’infrastruttura concreta che risiede alla base di qualsivoglia guerra economica. Quest’ultima, infatti, si sviluppa per mezzo di leggi, regolamenti, provvedimenti statali. Si tratta di [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Spesso si è sentito parlare di guerra economica, intesa come quell’insieme di pratiche adottate dagli Stati per piegare o comunque indebolire economicamente Paesi rivali o concorrenti. Raramente si è prestata attenzione all’infrastruttura concreta che risiede alla base di qualsivoglia guerra economica. Quest’ultima, infatti, si sviluppa per mezzo di leggi, regolamenti, provvedimenti statali. Si tratta di un intero armamentario giuridico finalizzato al raggiungimento degli scopi geoeconomici e, quindi, geopolitici. La guerra economica, in questo senso, non è altro che l’effetto di una guerra combattuta con le armi del diritto.</p>
<h2>Il diritto come arma geopolitica degli Stati</h2>
<p>L’uso geopolitico del diritto non concerne solo le pratiche offensive volte a indebolire i Paesi rivali, bensì attiene anche a tutto quel complesso di normative protettive adottate dai diversi Stati per tutelare i propri settori strategici. È una partita che si gioca sia in attacco sia, soprattutto, in difesa, ad esempio impedendo a imprese legate a realtà ostili di entrare nel proprio mercato domestico. Questa guerra è combattuta, in primo luogo, dagli Stati. È in capo a questi soggetti, così come emersi secondo il (convenzionale) paradigma vestfaliano (1648), che risiede il potere, in ultima istanza, di adottare tali misure, avendo gli stessi il potere dell’eccezione e sull’eccezione, nascosto tra le innumerevoli clausole di sicurezza e interesse nazionale disseminate nei vari ordinamenti. Questo, sia chiaro, non significa che gli Stati si muovano solitari nello scacchiere globale: come si vedrà, vi sono anche le grandi imprese con le proprie esigenze – non per forza sempre in accordo con la realtà statuale di riferimento – così come entità sovranazionali, si pensi all’Unione Europea, in grado di porre diversi limiti agli Stati che le partecipano. La tesi di questo libro suggerisce però che, in ultima istanza, il potere è sostanzialmente statale: lo si chiamerà il potere sovrano. Questi ultimi anni di crisi, caratterizzati dal paradigma dell’emergenza, hanno messo in chiara luce, a parere di chi scrive, tale realtà. L’uso da parte degli Stati del diritto per affermare il proprio potere si muove su diversi fronti e, per quanto attiene soprattutto alla competizione tra Stati rivali, rimane latente anche tra Paesi alleati; se la soggettività ultima da tutelare è, come si diceva, quella statale, ogni bandiera tende e tenderà sempre a salvaguardare, in primo luogo, i propri interessi. Questo significa che non vi è da stupirsi se le armi giuridiche vengono utilizzate anche all’interno della alleanza atlantica, ad esempio tra Stati Uniti e Paesi europei, oppure tra Stati membri dell’Unione stessa, come Francia e Italia.</p>
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		<title>Il minotauro</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-minotauro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jul 2023 14:45:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Governo e management sono riusciti a raggiungere spesso i rispettivi obiettivi con grande efficacia nell’ultimo secolo contribuendo all’ordine, alla crescita e alla diffusione del benessere, ma è evidente, al tempo stesso, che i meccanismi del potere e dell’organizzazione che sono alla loro base si muovono sempre sull’orlo della libertà e dell’autonomia. La tendenza a schiacciare [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Governo e management sono riusciti a raggiungere spesso i rispettivi obiettivi con grande efficacia nell’ultimo secolo contribuendo all’ordine, alla crescita e alla diffusione del benessere, ma è evidente, al tempo stesso, che i meccanismi del potere e dell’organizzazione che sono alla loro base si muovono sempre sull’orlo della libertà e dell’autonomia. La tendenza a schiacciare il conflitto, il pluralismo, la libertà e la società è sempre insita nelle potenzialità dello Stato; quella alla misurazione, alla standardizzazione, al conformismo e alla gerarchia è sempre propria delle visioni manageriali.</p>
<p>La loro combinazione nel corso dei secoli ha dato vita al Minotauro, che ha raggiunto la sua massima capacità culturale, politica ed economica alla fine del Ventesimo secolo. Ma è una strana bestia questo Minotauro che ha attraversato ideologie, totalitarismi, crisi e trionfi uscendone sempre indenne e sempre rinnovato. Esso sembra rappresentare lo spirito faustiano, demoniaco, della tarda modernità, dimenandosi tra il massimo del benessere e dello sviluppo e il massimo del controllo e dell’obbedienza. La storia di questa relazione tra governo e management, la storia di quest’ibrido, però non finisce con il Ventesimo secolo e, soprattutto, affonda le proprie radici storiche in un tempo molto antecedente al Novecento. L’obiettivo di questo libro è stato appunto quello di partire dalle origini per cercare di comprendere dove siamo oggi e dove forse andremo domani. Sempre in compagnia di un Minotauro che cambia il proprio aspetto, ma sempre popola il labirinto della nostra storia.</p>
<p>Non è un caso che ancora oggi stabilità e produttività, le due grandi promesse del governo e del management, siano sempre due termini tra i più inflazionati del lessico occidentale. Non è un accidente nemmeno la continua ricerca, da parte delle élite politiche, di tecniche manageriali da importare e far funzionare nel settore pubblico e quella delle élite manageriali di influenzare i processi decisionali della politica al fine di avere una regolazione e riforme a essi favorevoli. Ciò non significa che un governo possa e riesca a funzionare come una azienda oppure che gli obiettivi di un governo siano sempre sovrapponibili a quelli degli attori economici. Spesso queste credenze sono illusioni oppure materiale per teorie del complotto. Ciò che invece appare innegabile è un certo isomorfismo tra governo e management, una corrispondenza che si traduce in una influenza reciproca. Proprio perché la radice di entrambi, pur diversamente rivestita, attiene all’organizzazione e al potere.</p>
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