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	<title>femminismo Archivi - La Meraviglia Del Possibile</title>
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		<title>La specie umana non è umana</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2022 15:08:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ma che cosa sono gli Iposoggetti? In Iposoggetti. Sul divenire umani Timothy Morton e Dominic Boyer sostengono che gli iposoggetti sono le specie native dell’Antropocene. Sono plurali, sono il non ancora, il né qui né lì. Non cercano né pretendono una conoscenza, un linguaggio e men che meno una forma di potere che siano assoluti. [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/la-specie-umana-non-e-umana/">La specie umana non è umana</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ma che cosa sono gli Iposoggetti? In <em><a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/iposoggetti-edizione-limitata/">Iposoggetti. Sul divenire umani</a> </em>Timothy Morton e Dominic Boyer sostengono che gli iposoggetti sono le specie native dell’Antropocene. Sono plurali, sono il non ancora, il né qui né lì. Non cercano né pretendono una conoscenza, un linguaggio e men che meno una forma di potere che siano assoluti. Si accontentano di giocare, di prendersi cura, di adattarsi, di farsi male, di ridere. Gli iposoggetti sono intrinsecamente femministi, antirazzisti, colorati, queer, ecologici, transumani e interumani. Gli iposoggetti sono come squatter che occupano e abitano le crepe e le cavità. Gli iposoggetti fanno la rivoluzione nei luoghi in cui il radar della tecnomodernità non è in grado di scorgerli.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p>Quali sono gli esseri che possiamo considerare iposoggetti? Abbiamo parlato abbondantemente di esseri umani, ma che dire di altri tipi di esseri? Qualche detrattore potrebbe dire: “Oh, guarda come sono antropocentrici, anche quando cercano di intervenire sull’Antropocene. Uno di loro è persino un antropologo!”. Quanti “antropo-” in una sola frase!</p>
<p>Siamo più o meno in questa situazione. Forse potrebbe essere un buon momento per ampliare l’oggetto della nostra conversazione. Il concetto di iposoggetto è abbastanza robusto da includere il non umano? Deve necessariamente includere il non umano? La parola “robusto” è proprio quella giusta. Ciò che mi piace della nozione di iposoggetto è che sembra essere sottrattiva. <strong>Si tolgono alcune caratteristiche del soggetto, permettendogli così di percolare in domini che normalmente nemmeno contempliamo. Se ci permette di fare questa distinzione, è perché non è un atteggiamento eliminativista, ma sottrattivo.</strong> Non stiamo dicendo: “Siamo fatti tutti di atomi, ecco perché siamo tutti parimenti importanti”.</p>
<p>Stiamo affermando che c’è qualcosa nella qualità ipo- dell’iposoggetto che permette a tale concetto di essere esportato in domini categoriali che normalmente non associamo alla soggettività. In un certo senso, si tratta di un concetto “debole”. Non che non sia valido, ma è un concetto di soggetto molto deformato<strong>. O forse è solo un concetto selvatico. Non vogliamo iper-addomesticarlo troppo, iper-razionalizzarlo</strong>, proprio perché non è questo il punto di tutto il discorso fatto finora.</p>
<blockquote><p>Il concetto di multispecie gioca un ruolo molto importante nell’intera ecologia del pensiero contemporaneo. Aspira, credo in modo persuasivo, a un progetto che, finalmente, spacca davvero, cerca rifugio dall’impero del privilegio nordoccidentale mettendo in discussione il vertice su cui quel tipo di umanità ha costruito la sua Umanità, con la U maiuscola.</p></blockquote>
<p>Lo fa iniziando a pensare alle relazioni tra specie e alle responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri, alle reciproche concessioni di potere. Donna Haraway è una pensatrice davvero importante e, nonostante sia molto conosciuta, per qualche motivo non riceve mai il riconoscimento che merita. Per <em>Primate Visions</em>, che ha instradato intellettualmente Latour, ma anche per <em>Modest_Witness,</em> <strong>una dichiarazione così potente sul massiccio impiego di lavoro non umano necessario a creare il mondo fluttuante della modernità in cui l’umanità vuole vivere</strong>. Tutti quei test, tutta quella sperimentazione, tutto quel lavoro muscolare.</p>
<p>A questo si aggiunge la fotosintesi, che rende l’energia solare utilizzabile dagli esseri non fotosintetici. Nulla esisterebbe senza i fotosintetizzatori. Mi piace molto il saggio di OncoMouse. Si potrebbe sostenere che una sorta di modalità agricola occidentale, che rimane uno dei nostri grandi problemi, costituisca una specie di dispositivo, un regime di paraconoscenza. È un elefante nella stanza che risucchia nella sua orbita altri esseri e, letteralmente, si libera di essi.</p>
<blockquote><p>Mi sembra che il progetto sia quello di pensare a un modo per strisciare al di sotto di esso piuttosto che trascenderlo, perché la trascendenza è proprio la modalità operativa dell’agricoltura.</p></blockquote>
[…] Non voglio ripetermi, ma è proprio questo il mio problema con ciò che ha fatto il talentuoso Christopher Nolan in <em>Interstellar</em>. Si tratta proprio di trascendenza. È quello che accade quando si parla con persone che lavorano nell’industria del petrolio e del gas, qui a Houston: credono che, grazie alla tecnologia, si sia fatto un magico balzo in avanti rispetto allo stoccaggio del carbonio così che possiamo continuare pompare tutto il petrolio che vogliamo vivendo ancora in ambienti puliti e sostenibili e tutto – o almeno tutto ciò che ci interessa – andrà bene<strong>. È una fantasia potente e seducente allo stesso tempo</strong>.</p>
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<blockquote><p>Il punto è che, se anche fosse vero, sarebbe comunque arrivato il momento di pensare diversamente. Anche se fosse vero che premendo un pulsante tutti i nostri problemi sparirebbero in modo ecologico, vorremmo vivere in un mondo in cui il pulsante è premuto da un’enorme azienda petrolifera coordinata ancora da questo dispositivo epistemico?</p></blockquote>
<p>E naturalmente il “noi”, nella frase pronunciata dal maschio bianco del petrolio, è “noi esseri umani”. Non tiene conto delle altre specie. Perciò – scusami, sto andando un po’ per la tangente – quando si parla dell’importanza della rivoluzione agricola, dell’agrilogistica, si parla proprio dell’organizzazione di altre forme di vita al servizio dell’umano? È questo il tema che si vuole mettere a fuoco? Sviluppiamo la piantagione perenne del mais per renderlo produttivo in maniera duratura per la vita umana e per permetterci di rimanere in un luogo. Così, il resto è organizzato come lavoro e cibo a nostra disposizione.</p>
[…] Potremmo invece metterci alla ricerca di un atteggiamento opposto al padroneggiare la trascendenza, capire se non si tratti semplicemente di essere un componente di una macchina che non si può cambiare. Mi piace questa mossa. <strong>Si potrebbe sostenere che, piuttosto che trascendere, potremmo lasciar spazio a una maggiore suscettibilità? </strong>Questa è una cosa a cui continuo a pensare. Che forse l’opposto sarebbe diventare più suscettibile a una più grande varietà di cose che non sei tu, la maggior parte delle quali non sono umane – incluso, in una certa misura, il tuo stesso corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Da questo punto di vista, la specie umana, in un certo senso, non è umana: ricordiamoci dei nostri batteri intestinali e di altri microbi, microrganismi che abitano il nostro corpo in proporzione 10 a 1 rispetto alle nostre cellule umane.</p></blockquote>
<p>Sono piccoli, ma sono pur sempre agenti. Penso che quello che stai dicendo sia che dobbiamo prestare attenzione al fatto che siamo suscettibili e interconnessi con altri esseri. <strong>E che nell’Antropocene, con i suoi incombenti iperoggetti, sperimentiamo nuovi tipi di suscettibilità ma scopriamo anche nuove potenziali alleanze</strong>. Per esempio, tra il bestiame che muore nei genocidi dei macelli industriali e gli esseri umani le cui case sono sommerse dall’innalzamento dell’acqua del mare e che diventano dei rifugiati. Entrambe sono forme di vita che si stanno estinguendo a causa di processi interconnessi e hanno interessi comuni che raramente sono identificati in quanto tali.</p>
<blockquote><p><strong>Dunque, c’è interrelazione e suscettibilità. E poi, a un livello più politico, ci sono le alleanze.</strong> Rendendoti conto che non puoi fare a meno dei tuoi batteri intestinali, potresti diventare fenomenologicamente suscettibile nei loro confronti, il che eroderebbe la tua percezione di essere speciale, un padrone. La cosa ti incoraggerebbe a formare un’alleanza: è questa la direzione politica che sentiamo nell’aria.</p></blockquote>
<p>L’altro grande tema è quello del riconoscimento, nel senso di Haraway: <strong>abbiamo bisogno di riconoscere e recuperare l’enorme quantità di lavoro non umano e umano necessario a costituire la Modernità</strong>. Quel lavoro è stato completamente messo a tacere e segregato dietro muri istituzionali. Non visto, impensato. Sentiamo parlare solo dell’invenzione umana, del genio e delle scoperte. E si tratta di nuovo di trascendenza. Non sentiamo mai parlare di tutta la vita orchestrata affinché questo accadesse.</p>
<p>E perché mai non dovrebbero essere gli umani a guidare le cose? Ovviamente, siamo la classe di esseri più intelligente che ci sia, la più potente, l’eletta. E allora questa idea per cui siamo solidali perché siamo tutti vivi potrebbe essere il peggior tipo di pseudoalleanza che si possa immaginare. Non è affatto un’alleanza, vero? Perché un’alleanza è necessariamente finita. Questa idea, questo appello a un concetto-ombrello universale, completo… la vita: è proprio questo il problema. Qualche giorno fa pensavo a tutto ciò in termini di diritti, e non perché credo che una campagna per il diritto degli scimpanzé ad abbandonare lo zoo non sia giustificata. Ma perché ritengo che, se si applicano i diritti in modo generoso, benevolo, antropocentrico, a tutte le forme di vita, allora cesseranno di avere significato. <strong>I diritti dipendono dall’esclusione, perché i diritti dipendono dalla nozione di possesso e di proprietà, per di più di proprietà privata</strong>.</p>
[…] Bisogna considerare le alleanze necessariamente fragili, transitorie e talvolta violente. Se decidi di non volere il virus dell’Aids, ti alleerai con dell’Azt. Vorrai l’Azt come attore nella tua rete, per usare il lessico di Latour. Questo è un buon argomento. C’è una visione rosea per cui tutte le piccole creature del mondo possono unirsi per i loro interessi comuni e sconfiggere gli iperoggetti e gli ipersoggetti. Da un punto di vista politico la cosa mi convince, ma da un punto di vista analitico non basta.</p>
<p><span style="font-size: 75%">In alto, immagine di Emmanuel Lafont<i>.</i></span></p>
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		<title>Il genere è ovunque</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/genere-identita-introduzione-laura-erickson-schroth-benjamin-davis-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 13:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[studi di genere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da Genere e identità. Una introduzione di Laura Erickson-Schroth e Benjamin Davis. Questo saggio intende fornire un&#8217;introduzione sintetica, ma completa, a tutti gli aspetti utili a chiarire i dubbi sulle varie definizioni e implicazioni del genere, per capire il grado di inclusione che hanno raggiunto le nostre società e delineare il lavoro [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 18">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><em><strong>Proponiamo un estratto da </strong></em><strong>Genere e identità. Una introduzione</strong><em><strong> di Laura Erickson-Schroth e Benjamin Davis. Questo saggio intende fornire un&#8217;introduzione sintetica, ma completa, a tutti gli aspetti utili a chiarire i dubbi sulle varie definizioni e implicazioni del genere, per capire il grado di inclusione che hanno raggiunto le nostre società e delineare il lavoro che è ancora necessario compiere.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>Il genere è ovunque. Le convinzioni sul genere hanno un impatto sul nostro lavoro, sulla famiglia, sulla scuola, sulla religione, sulle leggi, sulla politica, sui rapporti, sullo sport, sull’abbigliamento, e su molto altro. Il genere permea quasi ogni aspetto delle nostre vite di esseri umani.</p>
<p>Sarebbe impossibile includere tutte le conoscenze sul genere in un solo libro, e dato che il genere accomuna tutte le persone ma ognuna lo vive in maniera diversa, l’opinione su quali siano i suoi aspetti più importanti cambia a seconda dell’esperienza e dell’interesse personale. In questo libro abbiamo tentato di riassumerne i tratti fondamentali, in modo che poi possiate scavare più a fondo per conto vostro se vi imbattete in un argomento che vi interessa particolarmente.</p>
<p>Del resto, un libro come questo comporta necessariamente il problema di scegliere cosa includervi, perciò, disponendo di uno spazio limitato, la nostra scelta di trattare un argomento ha implicato la decisione di escluderne un altro. E chi siamo noi per decidere? Com’era inevitabile, abbiamo trascurato cose che altre autrici e altri autori con diverse esperienze sociali e politiche magari avrebbero incluso.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Dato che il genere è onnipresente, si intreccia con molti altri aspetti delle nostre identità e delle nostre vite. Per esempio, <strong>non possiamo parlare di genere senza parlare di razza o classe.</strong> </span></p></blockquote>
<p>Pur non essendo degli esperti di queste intersezioni, abbiamo tentato di identificare i dibattiti più importanti affinché chi leggerà questo libro ne venga almeno a conoscenza. Il genere, e le parole che abbiamo usato per descriverlo, dipendono dai luoghi in cui viviamo e dalle persone con cui interagiamo. Queste parole, inoltre, continuano a evolvere, tuttavia ci sono termini che è importante conoscere per condividere un linguaggio da cui partire. <strong>Al contrario del sesso, determinato dai cromosomi, dagli ormoni, dai caratteri sessuali primari e secondari, e non, il genere è un’esperienza individuale e sociale</strong>. A complicare le cose sono le sovrapposizioni tra questi due concetti, e le evidenze che dimostrano che il genere può essere influenzato biologicamente. Il sesso di un individuo può essere maschile, femminile o intersessuale. Le persone intersessuali possono avere cromosomi o ormoni diversi rispetto alle combinazioni binarie attese.</p>
</div>
</div>
</div>
<div class="page" title="Page 19">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>L’<em>identità di genere</em> è il modo in cui una persona percepisce dentro di sé il suo genere, come maschile, femminile o qualcos’altro. I <em>ruoli di genere</em> riflettono le aspettative sociali di comportamento basate sul genere. L’<em>espressione di genere</em> di una persona riguarda i suoi modi di dimostrare il suo genere al mondo, attraverso l’abbigliamento, la pettinatura e il modo di comportarsi.</p>
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<p>Le persone <em>transgender</em>, o <em>trans</em>, sono le persone la cui identità di genere differisce dal sesso e dal genere assegnati loro alla nascita, mentre le persone <em>cisgender</em> hanno identità di genere che coincidono con il genere assegnato. Alcune persone si identificano come di genere <em>non binario</em>, nel senso che non si vedono né come una donna né come un uomo, ma come qualcosa che si trova al di fuori o tra queste due categorie*. Le persone transgender binarie solitamente usano pronomi tradizionali come lui (<em>he/him</em>) o lei (<em>she/her</em>), mentre gli individui non binari potrebbero usare altri pronomi, tra cui nel mondo anglofono<em> they/them</em> o <em>ze/hir</em>.</p>
<p>L’<em>orientamento sessuale</em> è distinto dall’identità di genere** e riflette i generi o i sessi delle persone per le quali si prova attrazione. L’acronimo LGBTQ sta per lesbica, gay, bisessuale, transgender e queer o questioning (“in dubbio”, “in via di definizione”), e a seconda delle situazioni può estendersi ad altre lettere.</p>
<p><em>Lesbica</em> è chi si identifica come donna ed è attratta da altre donne.<em> Omosessuale</em> è un termine più neutro e può applicarsi a chiunque provi attrazione per persone con la sua stessa identità di genere. Le persone <em>eterosessuali</em> sono uomini attratti da donne o viceversa, mentre il termine <em>bisessuale</em> si riferisce a chi prova attrazione per più di un genere. Una parola sempre più utilizzata per descrivere attrazioni simili è <em>pansessuale</em>. C’è anche chi si identifica come <em>asessuale</em>, e può avere relazioni ma non prova alcuna attrazione fisica per altre persone.</p>
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<p><em>Queer</em> è un termine complicato: originariamente usato come insulto, è stato poi oggetto di rivendicazione. In certi contesti assume un significato politico e indica la resistenza alle aspettative tradizionali, mentre in altre situazioni è più un termine-ombrello che descrive le persone non etero- sessuali, e a volte le persone non cisgender.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">I ruoli di genere nella storia e nel mondo sono vari e diversi, malgrado la maggior parte delle società siano <em>patriarcali</em>, sono cioè società che elevano gli uomini al di sopra delle donne conferendo ai primi più potere.<strong> I sistemi patriarcali sono tipicamente basati sul <em>sessismo</em></strong>, cioè la discriminazione basata sul genere.</span></p></blockquote>
<p>La maggior parte delle culture sono anche eterosessiste, perché tendono a preferire le persone eterosessuali o ritenute tali; etero-normative, ossia incentrate sulla cultura eterosessuale; e omofobiche, cioè portatrici di pregiudizi contro le persone omosessuali o ritenute tali. Sono anche cis-sessiste, preferendo le persone cisgender o ritenute tali; cisnor- mative, ovvero incentrate sull’idea che tutte le persone sono cisgender fino a prova contraria, un’idea che a sua volta favorisce il cis-sessimo; e transfobiche, ovvero portatrici di pregiudizi contro le persone transgender o ritenute tali.</p>
<p>Gli Stati Uniti, come molti altri paesi, hanno una storia di colonizzazione – un gruppo è giunto con la forza e ne ha sostituito un altro, producendo effetti su ogni aspetto dell’esistenza della comunità colonizzata, comprese le loro vite sessuate. <strong>Molte persone negli Stati Uniti subiscono un’oppressione basata su più di un aspetto della loro identità, un’oppressione che può intrecciarsi con il privilegio</strong>, che è il vantaggio concesso a certi gruppi sulla base del genere, della razza, della classe, della religione e dell’abilità. L’intersezionalità è un approccio che ci permette di esplorare queste esperienze tenendo a mente i molti sistemi interdipendenti che incidono sulle nostre vite.</p>
<p>Questa lista di termini non è esaustiva, e le parole che abbiamo elencato tendono a cambiare nel tempo, ma permettono di acquisire familiarità con i concetti chiave in materia di genere per affrontare le pagine che seguono. La nostra speranza è che questo libro sia per voi d’ispirazione per esplorare il mondo del genere, ovunque questo vi possa condurre.</p>
<p>__</p>
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<p>* All’interno dello spettro non binario esistono identità non binarie che si avvicinano agli estremi binari (ad esempio demi-boy e demi-girl), come anche persone che si identificano come agender, o persone bigender che possono avere più di un’identità di genere e tra queste anche una binaria [N.d.R.].</p>
<p>** In Italia le persone non binarie utilizzano la desinenza in U (sono andatU a scuola), lo scevà ə (sono andatə a scuola), l’asterisco * o troncano direttamente la desinenza. Esistono anche persone non binarie che utilizzano tranquillamente pronomi maschili o femminili, o che usano entrambi [N.d.R.].</p>
<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>Genere e identità. Una introduzione</em> di Laura Erickson-Schroth e Benjamin Davis. Traduzione di Clara Ciccioni.</span></p>
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<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/genere-identita-introduzione-laura-erickson-schroth-benjamin-davis-estratto/">Il genere è ovunque</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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		<title>La libertà delle donne nel mondo: una breve storia</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/a-ricchezza-invisibile-liberta-delle-donne-victoria-bateman-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Oct 2021 19:22:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo un estratto da La ricchezza invisibile delle nazioni. Il ruolo nascosto delle donne nella crescita dell’Occidente di Victoria Bateman. Accademica femminista britannica specializzata in storia economica e nota per aver guidato le proteste contro la Brexit, Bateman ci propone il suo manifesto, un saggio per dare all’economia la forza di diventare una disciplina più [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/a-ricchezza-invisibile-liberta-delle-donne-victoria-bateman-estratto/">La libertà delle donne nel mondo: una breve storia</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Pubblichiamo un estratto da </em>La ricchezza invisibile delle nazioni. Il ruolo nascosto delle donne nella crescita dell’Occidente <em>di Victoria Bateman. Accademica femminista britannica specializzata in storia economica e nota per aver guidato le proteste contro la Brexit, Bateman ci propone il suo manifesto, un saggio per dare all’economia la forza di diventare una disciplina più flessibile, umana e utile, capace non solo di migliorare la vita delle donne nel mondo intero, ma anche di portare a risultati più equi e sostenibili.</em></strong></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel loro libro</span><a href="https://www.amazon.it/Agency-Economic-Development-Economy-1850-2000-ebook/dp/B08R2D1TZC" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;"> Agency, Gender, and Economic Development in the World Economy 1850-2000,</span></a><span style="font-weight: 400;"> Jan Luiten van Zanden, Auke Rijpma e Jan Kok sostengono che è possibile </span><b>spiegare come l’Occidente sia diventato ricco</b><span style="font-weight: 400;"> soltanto prendendo in esame la capacità di agire in modo libero e indipendente delle donne. Per capire se è veramente così, abbiamo bisogno di sapere quanto le donne residenti nei Paesi occidentali fossero libere rispetto a quelle residenti in altre parti del mondo, soprattutto tenuto conto che le libertà allora riconosciute in Occidente riguardavano aspetti della vita diversi da quelli rilevanti attualmente. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli indici della disuguaglianza di genere rilevati oggi misurano cose come la </span><b>partecipazione delle donne al mercato del lavoro</b><span style="font-weight: 400;">, i divari retributivi di genere o la quota delle donne in parlamento. Le storiche economiche Sarah Carmichael e Alexandra de Pleijt con il loro collega Luiten van Zanden hanno definito un indice che, spingendosi molto più indietro nel tempo, misura le radici della disuguaglianza di genere più profonde: le pratiche interne alle famiglie. Lo hanno battezzato indice di “amichevolezza (<em>friendliness</em>) nei confronti delle donne”, e il suo scopo è aiutare a determinare in che misura le diverse norme familiari vigenti in varie parti del mondo sostenessero o no l’agency delle donne. Con l’aiuto del loro indice, esse hanno messo in relazione il declino di molte delle più antiche civiltà del mondo, tutte in Oriente, con l’ascesa dell’Occidente. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le loro scoperte suggeriscono dei rapporti sessuali. Mentre l’opera di Engels ci invita a guardare ai diritti di proprietà, i lavori di </span><b>Lévi-Strauss dimostrano che possono essere trattate come beni di proprietà, anziché come soggetti di diritti</b><span style="font-weight: 400;">, le stesse donne, come accade quando sono date in dono, cedute come tributi o scambiate con altro nei matrimoni combinati. E infine dovremo prestare attenzione ai modi in cui le donne sono valutate all’interno della famiglia. </span><span style="font-weight: 400;">Se contano solo per il proprio corpo e la capacità di generare, allora è probabile che il loro onore sessuale sia considerato da salvaguardare a tutti i costi e che dunque esse godano di pochissima libertà.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400;"><span style="font-size: 130%;">Consentitemi di cominciare confrontando Europa e Asia riguardo al momento iniziale del ciclo di vita della famiglia, ossia il matrimonio.</span> </span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Mentre in Europa, nel corso del Medioevo, il consenso della futura sposa divenne una condizione essenziale per la conclusione di un matrimonio, altrove il consenso dei futuri coniugi restò sullo sfondo: “In India e Cina, erano comuni i matrimoni precoci” e “il consenso dei genitori (quanto meno delle giovani donne) rimase un requisito imprescindibile fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, sempre che non lo sia tuttora”. Mentre nel Nord Europa le donne appena sposate andavano a vivere in genere in un’abitazione propria, separata da quella dei genitori o dei suoceri, in Asia si trasferivano il più delle volte nella casa dei genitori del marito, dove godevano di poca libertà d’azione. In effetti, “la posizione delle nuore in Cina e India è generalmente descritta come miserabile”. Come osserva</span> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Surendranath_Dasgupta" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Das Gupta</span></a><span style="font-weight: 400;">,</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Le donne si trovano al fondo di due gerarchie: quella di genere e quella basata sull’età. Le giovani spose entrano nella famiglia del marito come persone di secondaria importanza e scarsa autonomia. </span></i><i><span style="font-weight: 400;">Dal punto di vista decisionale molti altri vengono prima di loro: non solo tutti gli uomini della casa, ma anche le donne più anziane. Nella famiglia patrilocale nordeuropea, le donne sono subalterne al marito, ma non agli altri membri della famiglia. La relativa assenza di una gerarchia basata sull’età lascia alle giovani mogli una notevole libertà nella conduzione della casa </span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La poliginia – l’unione matrimoniale di un uomo con più donne – era molto più frequente in Asia che in Europa,</span> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Purdah" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">come anche il purdah</span></a><span style="font-weight: 400;">, la segregazione delle donne. Le pratiche ereditarie delle famiglie europee favorivano certamente gli uomini, ma le vedove potevano ereditare la proprietà del marito, e poteva farlo anche una figlia se non aveva fratelli. Viceversa, “[i]n Cina, nel Sud Corea e nell’India nordoccidentale, la logica della patrilinearità era molto rigida”. Pur di evitare che a ereditare fosse una figlia, un padre avrebbe adottato un figlio maschio o “preso un’altra moglie o una concubina” per cercare di averne uno. Secondo </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Bina_Agarwal" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Bina Agarwal</span></a><span style="font-weight: 400;">, la concentrazione nei secoli della proprietà – in particolare delle terre – in mani maschili è uno dei fattori chiave del divario di genere. È stato dimostrato che le distribuzioni della proprietà poco ugualitarie nei confronti dei generi nuocciono alla prosperità economica limitando l’accesso delle donne alle garanzie necessarie ad avviare nuove imprese e abbassando i salari.</span></p>
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<p><b>In Medio Oriente</b><span style="font-weight: 400;">, le donne occupavano una posizione “relativamente forte” a paragone di quanto accadeva in India e Cina. Era loro consentito avere proprietà e ricevere una quota (la metà) dell’eredità, e il matrimonio non comportava il passaggio a un gruppo familiare completamente diverso, cosicché “potevano continuare a contare sulla protezione del padre o dei fratelli”. Tuttavia, c’era uno svantaggio: </span><b>i membri maschi della famiglia proteggevano scrupolosamente l’onore sessuale delle loro congiunte</b><span style="font-weight: 400;">, considerato fondamentale per l’onorabilità della famiglia nel suo complesso. Le trasgressioni potevano essere punite molto severamente. Benché in termini di proprietà le donne mediorientali fossero in una posizione decisamente più forte delle donne di molte parti dell’Asia e persino delle europee sposate (non però nella stessa misura di quelle sole o vedove), per altri aspetti della vita “la loro autonomia era molto minore”. Per esempio, venivano punite molto più severamente in caso di trasgressioni sessuali, i matrimoni combinati (spesso con uomini molto anziani) erano relativamente frequenti, e vigeva una rigida separazione tra uomini e donne. </span><b>Il tasso di occupazione delle donne mediorientali è sempre stato uno dei più bassi del mondo</b><span style="font-weight: 400;">. Il loro coinvolgimento nelle attività di mercato era quasi sempre scoraggiato in quanto possibile occasione di trasgressioni sessuali e segno di una condizione di grave povertà o di disperante miseria. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Viceversa, in Europa, soprattutto in quella nordoccidentale, non solo il matrimonio era spesso consensuale; le donne partecipavano anche comunemente alle attività di mercato. Benché non di rado fosse loro vietato produrre o vendere certi tipi di beni, in particolare dove le gilde erano forti, restavano altre opportunità di occupazione e coinvolgimento nel mercato, per quanto certo non sempre le migliori. Laurence Fontaine sottolinea che, </span><b>dove la legge era sufficientemente flessibile</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>l’autonomia giuridica delle donne aumentava con le opportunità di mercato loro aperte</b><span style="font-weight: 400;">, in particolare dove le autorità locali desideravano evitare l’opzione alternativa: provvedere ai poveri a proprie spese. </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400; font-size: 130%;">In effetti, come osserva Martha Howell, la famiglia nucleare, ossia il tipo di famiglia prevalente nell’Europa nordoccidentale, aveva spesso bisogno della partecipazione della donna nell’impresa familiare, a differenza di quanto accadeva nei sistemi familiari più estesi.</span></p></blockquote>
<p><b>In Africa, non erano le famiglie nucleari a costituire le unità fondamentali della società, bensì i lignaggi</b><span style="font-weight: 400;">, composti da circa 100-120 persone con un antenato comune, e i clan, ossia</span><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/lignaggio/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;"> insiemi di lignaggi</span></a><span style="font-weight: 400;">. Questi ultimi potevano essere patrilineari (frequenti nel nord dell’Africa subsahariana), matrilineari (come nell’Africa occidentale ed equatoriale) o bilaterali (come in Africa meridionale). Nelle società matrilineari, le donne avevano verosimilmente più agency, in particolare grazie alla proprietà, al divorzio e alla possibilità di svolgere ruoli di comando.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’autonomia economica sembra essere stata maggiore di quella riconosciuta tanto in Asia quanto in Medio Oriente. Le donne coltivavano la terra e partecipavano non di rado alle attività commerciali, in particolare nell’Africa occidentale. L’altra faccia di questa medaglia era che la responsabilità di provvedere al benessere dei figli ricadeva quasi per intero sulle loro spalle. E poiché tendevano a sposarsi molto giovani e finivano di conseguenza con l’avere molti figli, non si trattava certo di un compito invidiabile. Non solo: tenuto conto che, diversamente da quel che accadeva in Europa, </span><b>il matrimonio era sempre “uno scambio tra lignaggi”</b><span style="font-weight: 400;"> per il quale non era richiesto il consenso della sposa, era anche un duro lavoro cui le donne si trovavano costrette senza averlo scelto. Diversamente da quel che accadeva in Europa, le donne avevano poca voce in capitolo riguardo al proprio matrimonio e allo sposo, e la poliginia era comune. Poiché il lavoro era scarso rispetto alla terra, le donne africane erano generalmente considerate una risorsa produttiva dalla quale estrarre plusvalore, per usare l’espressione di Marx. Clare Robertson ha scritto che “</span><b>nella poco popolosa Africa precoloniale, l’acquisizione e il controllo del lavoro costituiva la base della ricchezza</b><span style="font-weight: 400;">. Il surplus agricolo generato dalle donne consentiva agli uomini di procurarsi altre mogli e altri figli, e perciò ricchezza e potere politico”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo Catherine Coquery-Vidrovitch,</span></p>
<p><em>[s]i dice che il re del Ganda, in Africa centrale, avesse avuto diverse </em><em>centinaia e persino migliaia di mogli; Mutesa, nel Diciannovesimo secolo, ne aveva tre o quattrocento. Ogni lignaggio che aspirava a cariche politiche donava al re diverse giovani. Chi aveva bisogno di un favore o voleva che una sua offesa fosse condonata gli avrebbe offerto una o due figlie</em></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il coinvolgimento delle donne nell’attività produttiva e la loro profonda conoscenza della terra avrebbero forse potuto trasformarsi in motori della produttività. Insieme alla scarsità del lavoro, la necessità di  produrre per sostenere la famiglia costituiva di certo un forte incentivo. Perciò, in un certo senso, l’Africa avrebbe potuto prendere il posto dell’Europa. Il problema era che, diversamente dagli uomini responsabili della produzione in Europa,</span><b> le donne africane mancavano dei capitali, del potere e delle competenze formali necessari a produrre i tipi di cambiamento capaci di dare impulso alla produttività.</b><span style="font-weight: 400;"> Per citare ancora una volta Claire Robertson, “le risorse tendevano a passare dalle donne agli uomini”. Inoltre, mentre in Europa le accuse e i processi di stregoneria scomparvero dopo il Diciassettesimo secolo, in molte regioni africane sopravvissero a lungo, con il risultato che sarebbe stato pericoloso per una donna emergere sperimentando qualcosa di nuovo (per esempio una varietà di semi migliore) o sfidando le autorità esistenti (maschili). In effetti, la sottomissione agli uomini era insegnata alle bambine fin dai primi anni di età anche per mezzo di iniziazioni dolorose. Commetteremmo un errore se descrivessimo le donne africane come vittime, ma sbaglieremmo anche presentandole come libere di scegliere e nella condizione di controllare la propria esistenza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un fattore di cui fin qui non abbiamo parlato è la compensazione matrimoniale costituita </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dote" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">dal prezzo della sposa o dalla dote</span></a><span style="font-weight: 400;">. In base alle ricerche disponibili, il 66 per cento delle società avrebbe strutture familiari che richiedono allo sposo di pagare per la sposa (sono di questo tipo per esempio le comunità dell’Africa subsahariana), mentre quest’ultima porterebbe con sé una dote nel 4 per cento di tutte le società (alcune delle quali si trovano in Asia meridionale). Il pagamento di un prezzo per la sposa sarebbe relativamente più comune nelle società agricole; la dote in quelle in cui il mercato ha un ruolo di maggiore rilievo, ma nelle quali le donne non hanno accesso alle attività commerciali e dopo il matrimonio passano nella famiglia dei suoceri (portando appunto con sé la propria dote). Maristella Botticini e Aloysius Siow sostengono che, dove la si considera l’eredità delle figlie, </span><b>la dote può costituire un incentivo al lavoro degli uomini</b><span style="font-weight: 400;"> poiché, una volta che le sorelle saranno sposate, i figli avranno una ragione in più per darsi da fare, considerato che riceveranno tutta la ricchezza rimanente della famiglia. In Europa, la dote era più comune del pagamento di un prezzo per la sposa, ma ha perso rilevanza nel tempo, segno che le donne stavano trovando </span><b>nuove opportunità </b><span style="font-weight: 400;">fuori casa e la struttura familiare era in evoluzione contrario di quanto sta accadendo oggi in India, dove l’usanza della dote sta assumendo crescente importanza, e dove dunque le donne stanno evidentemente affrontando circostanze di tutt’altro tipo rispetto a quelle che hanno caratterizzato l’Europa negli ultimi secoli.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400; font-size: 130%;">Se volessimo condensare i nostri confronti globali in un’unica misura delle differenze tra l’esperienza delle donne europee e quella delle donne di altri continenti, potremmo prendere l’età media delle spose al primo matrimonio. </span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">In generale, come vedremo nel prossimo paragrafo, dove si sposano relativamente tardi, </span><b>le donne subiscono anche meno coercizioni e godono di maggiore libertà d’azione.</b><span style="font-weight: 400;"> Nel Diciottesimo secolo, nel Nord Europa – la patria della Rivoluzione industriale –, le donne non si sposavano prima dei venticinque anni. In nessun altro continente succedeva lo stesso: in Medio Oriente, “si sposavano appena raggiunta la pubertà”; in Cina tra i 14 e i 18 anni; e in Africa e India, i matrimoni precoci sono comuni anche oggi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">[&#8230;] </span><b>Nessuno di questi confronti regionali dovrebbe indurci a supporre che la vita delle donne in Europa fosse facile.</b><span style="font-weight: 400;"> Nulla di più lontano dal vero. La legge riconosceva loro molti meno diritti civili e politici che agli uomini, e il diritto di famiglia ha assegnato loro una posizione di subordinazione ai mariti fino alla fine del Diciannovesimo secolo o all’inizio del Ventesimo. </span><b>Le donne in grado di leggere e scrivere erano meno numerose degli uomini</b><span style="font-weight: 400;"> e accedevano a percorsi di apprendistato formali o agli studi superiori solo di rado. In genere erano pagate la metà degli uomini anche se svolgevano lo stesso lavoro, e spesso dopo il matrimonio perdevano il controllo delle loro proprietà e il diritto di stipulare contratti. Tuttavia, rispetto alla maggioranza delle altre regioni del mondo è indubbio che era un vantaggio per una donna vivere in Europa, in particolare se risiedeva nella parte nordoccidentale del continente. Come ha scritto Wiesner-Hanks, </span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“[i] visitatori provenienti dall’Europa meridionale e orientale erano spesso colpiti dalle ‘libertà’ delle cittadine dell’Europa settentrionale”. In Nord Europa, le donne tendevano a sposarsi intorno ai venticinque anni, e i loro mariti non avevano in genere che due o tre anni più di loro; nell’Europa meridionale e orientale, era frequente che lo facessero nell’adolescenza, e con uomini più vecchi di loro di dieci, venti o anche ì più anni, un chiaro segno della loro netta minore autonomia.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come si è ricordato più sopra,</span><b> nel Sedicesimo e Diciassettesimo secolo</b><span style="font-weight: 400;">, vi fu in tutta Europa un giro di vite riguardo alle libertà delle donne, nel quale si può forse vedere una sorta di reazione avversa alle loro notevoli conquiste. Si tornò al piuttosto rigido diritto romano abrogando molti dei passi avanti giuridici compiuti dalle donne a livello locale, </span><b>si intensificò la sorveglianza sulle donne non sposate</b><span style="font-weight: 400;">, si inasprirono le pene previste per il ricorso all’aborto, e aumentò il numero dei processi per stregoneria. La Gran Bretagna non sfuggì a questo generale arretramento ma ne uscì relativamente meglio. Il sistema giuridico anglosassone, la cosiddetta </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Common_law" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">common law</span></a><span style="font-weight: 400;">, impedì al diritto romano di imporsi, mentre il </span><span style="font-weight: 400;">passaggio al protestantesimo si tradusse in atteggiamenti verso il sesso e il corpo delle donne più liberali. Anche i processi per stregoneria furono in Gran Bretagna (come in Olanda e in Scandinavia) relativamente pochi. Benché decisamente lontana dalla perfezione (e quanto lo fosse anche dal punto di vista razziale lo mostrava bene l’abominio dei rapporti </span><span style="font-weight: 400;">internazionali), la relativa uguaglianza di genere di cui godevano le donne inglesi rispetto a quelle di altre parti del mondo, ma anche d’Europa, è senz’altro degna di nota. Se si aprono gli occhi alle esperienze delle donne, è facile spiegare perché </span><b>nella competizione economica globale l’Occidente sia riuscito a raggiungere e a superare il resto del mondo, e soprattutto perché per prima l’abbia fatto la Gran Bretagna</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
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<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>La ricchezza invisibile delle nazioni</em> di Victoria Bateman. In altro, foto dalla <a href="https://unsplash.com/@bostonpubliclibrary?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener">Boston Public Library</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/collections/9716574/victorian-women?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a> </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/a-ricchezza-invisibile-liberta-delle-donne-victoria-bateman-estratto/">La libertà delle donne nel mondo: una breve storia</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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