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	<title>sociologia Archivi - La Meraviglia Del Possibile</title>
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	<title>sociologia Archivi - La Meraviglia Del Possibile</title>
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		<title>L&#8217;illusione del controllo</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/cause-naturali-barbara-ehrenreich-anteprima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 May 2021 19:31:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto del volume Cause naturali. La vita, la salute e l&#8217;illusione del controllo. Barbara Ehrenreich, tra le più importanti voci contemporanee su salute, diritti delle donne, disuguaglianze economiche e sociali, riflette sull’ossessione per il benessere fisico e ci incoraggia a ripensare il progetto del controllo personale sul nostro corpo e sulla nostra mente. [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/cause-naturali-barbara-ehrenreich-anteprima/">L&#8217;illusione del controllo</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Proponiamo un estratto del volume Cause naturali. La vita, la salute e l&#8217;illusione del controllo. Barbara Ehrenreich, tra le più importanti voci contemporanee su salute, diritti delle donne, disuguaglianze economiche e sociali, riflette sull’ossessione per il benessere fisico e ci incoraggia a ripensare il progetto del controllo personale sul nostro corpo e sulla nostra mente.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>Da ragazza aspiravo a essere una scienziata, ma troppi eventi mi hanno distratto da quell’obiettivo e così sono diventata un’appassionata di scienza. Non mi piace l’idea di passare la vita in un laboratorio o in un osservatorio, a registrare pazientemente le mie misurazioni, ma sono più che disposta a leggere le relazioni di quelli che lo fanno, che il soggetto sia l’astronomia o la biochimica. In genere consumo quei resoconti in forma premasticata, ricorrendo per esempio a <em>Discover</em> o a<em> Scientific American</em>. Dieci anni fa, in quest’ultima rivista, ho trovato qualcosa di così sconvolgente che non ho potuto fare a meno di pensare: <em>questo cambia tutto</em>.*</p>
<p>L’articolo, scritto da uno dei redattori di <em>Scientific American</em>, riportava che <strong>il sistema immunitario in realtà favorisce la formazione e la diffusione dei tumori</strong>, il che equivale a dire che il corpo dei vigili del fuoco sarebbe in realtà costituito da piromani. Sappiamo tutti che la funzione del sistema immunitario è quella di proteggerci, più comunemente da batteri e virus; quindi ci si aspetterebbe di vedere la reazione al cancro come una difesa concertata e bellicosa. Da studentessa laureata, avevo lavorato in due diversi laboratori impegnati a studiare le difese operate dal sistema immunitario, ed ero arrivata a vederlo come un magico e in gran parte invisibile manto protettivo. Potevo, per così dire, muovermi nell’ombra della valle della morte, o espormi a microbi micidiali, e non essere toccata da alcun male, perché le cellule immunitarie e gli anticorpi mi avrebbero tenuta al sicuro da ogni danno. E invece, eccoli schierarsi dall’altra parte.</p>
<p>Avevo una mezza speranza che le accuse al sistema immunitario venissero confutate di lì a qualche anno e finissero nel bidone dei “risultati non riproducibili”. Invece perdurarono e oggi sono apertamente riconosciute dagli specialisti del campo, anche se non senza un certo disagio, evidenziato dalla frequenza con cui compare la parola “paradossale”. Non è questo il genere di parola che ci si aspetta di trovare nella letteratura scientifica, a cui mi ero rivolta abbandonando le riviste popolari. Nella scienza, se qualcosa sembra essere un “paradosso”, vuol dire che c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare per risolverlo – oppure, ovviamente, che bisogna<strong> abbandonare alcuni degli assunti di partenza e mettersi alla ricerca di un nuovo paradigma</strong>.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Il paradosso del rapporto tra sistema immunitario e cancro non è solo un puzzle scientifico, ma possiede anche profonde risonanze morali.</span></p></blockquote>
<p>Sappiamo che il sistema immunitario è ritenuto un “bene” e nella letteratura popolare sulla salute veniamo sollecitati a prendere le misure atte a rinforzarlo. Gli ammalati di tumore in particolare sono esortati a “pensare positivo”, in base alla teoria mai provata che il sistema immunitario sia il canale di comunicazione tra la propria mente conscia e il proprio corpo evidentemente inconscio. Ma se il sistema immunitario può davvero consentire la crescita e la diffusione del cancro, niente potrebbe essere peggio per il paziente che ritrovarsene uno più forte. Per l’ammalato o l’ammalata sarebbe un miglior consiglio sopprimerlo, per mezzo, ad esempio, di farmaci immunosoppressori o magari di “pensieri negativi”.</p>
<p>Nel mondo ideale immaginato dai biologi della metà del Ventesimo secolo, il sistema immunitario teneva costantemente sotto controllo le cellule che incontrava, agguantando e distruggendo quelle aberranti. Quest’opera di monitoraggio, chiamata <strong>immunosorveglianza</strong>, si riteneva che garantisse un corpo ripulito dagli intrusi, o da ogni genere di personaggio sospetto, cellule tumorali comprese. Ma, verso la fine del secolo, si fece sempre più evidente che il sistema immunitario non solo dava il via libera alle cellule del cancro, e in senso figurato le lasciava passare attraverso i check- point: perversamente, e contro ogni ragione biologica, le aiutava a diffondersi e a impiantare nuovi tumori in tutto il corpo.</p>
<p>La cosa mi toccò personalmente. Intanto, nel 2000 mi avevano diagnosticato un tumore al seno, e questa è una delle tante tipologie di cancro che, si è scoperto, vengono abilitate dal sistema immunitario. Il mio, al momento della sua scoperta, aveva raggiunto solo un linfonodo, ma da lì aveva la possibilità di spingersi fino a raggiungere – “Dio non voglia”, come devotamente la mettono sempre i medici – il fegato o le ossa. L’altra mia implicazione personale aveva a che fare con il genere di cellule immunitarie che si erano rivelate attive nel permettere l’espansione del tumore: vengono chiamate macrofagi, che vuol dire “grandi mangiatori”.</p>
<p>Come capita, sono più informata sui macrofagi che su ogni altro tipo di cellula umana, il che però non vuol dire che ne sappia poi tanto. Ma per svariati motivi avevo finito per fare dei macrofagi il tema della mia tesi universitaria, e non a causa della loro relazione con il cancro, della quale al tempo non si aveva il minimo sospetto. I macrofagi sono considerati i “difensori di prima linea” nell’incessante lotta del corpo contro gli invasori microbici. Sono grandi, a paragone di molte altre cellule del corpo, uccidono i microbi divorandoli, e di solito sono famelici. Coltivavo macrofagi in recipienti di vetro, li studiavo al microscopio, etichettavo le particelle al loro interno con traccianti radioattivi, e in generale facevo tutto ciò che uno studente può fare per capire queste minuscole forme di vita. Pensavo che fossero miei amici.</p>
<p>Nel frattempo ero passata a studiare e a scrivere di eventi in scala ben più vasta – corpi umani interi e, ancora oltre, le società. Da sociologa dilettante, avevo visto il sistema sanitario del mio paese crescere da quella che era una “attività artigianale” fino a trasformarsi in un’impresa da tremila miliardi di dollari l’anno – investendo milioni, dominando quartieri e anche orizzonti cittadini, scatenando lotte politiche su chi dovesse pagare e conda nando i politici che sceglievano la risposta sbagliata. E che cosa ha da offrire questa impresa a coloro che non vi partecipano direttamente? <strong>La promessa è la longevità</strong>, assieme alla libertà dalla disabilità, a un parto sicuro e a bambini in buona salute.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">In una sola parola, <strong>ci offre il</strong> <strong>controllo</strong> – non sul nostro governo o sul nostro ambiente sociale, ma sui nostri corpi.</span></p></blockquote>
<p>I più ambiziosi tra noi cercano di controllare le persone che hanno intorno, i loro dipendenti, per esempio, e i subordinati in generale. Ma anche dalla persona più modesta e senza pretese ci si aspetta la volontà di controllare ciò che si trova all’interno della sua pelle. Cerchiamo avidamente di controllare peso e forma con la dieta e gli esercizi fisici e, se tutto il resto fallisce, con interventi chirurgici. Anche l’intera penombra di pensieri ed emozioni che hanno origine nei nostri corpi fisici richiede attenzione e manipolazione. Ci sentiamo dire fin da bambini che dobbiamo controllare le nostre emozioni e mentre cresciamo ci vengono offerte dozzine di algoritmi per farlo, dalla meditazione alla psicoterapia. In età più avanzata, veniamo spinti a mantenere attivo il nostro intelletto con giochi mentalmente impegnativi come Lumosity e Sudoku. Non c’è niente in noi che non sia potenzialmente soggetto al nostro controllo.</p>
<p>Talmente pervasiva è l’insistenza sul controllo che possiamo ritenerci legittimamente autorizzati a ricorrere a dosi omeopatiche del suo opposto – un’avventura con uno sconosciuto, una sbronza notturna in città, un festeggiamento sfrenato della nostra squadra. I più ricchi e potenti possono con- cedersi un contatto con il fuori-controllo sotto forma di “vacanza d’avventura”, organizzata in una località esotica e comprensiva di attività rischiose, come arrampicate in montagna o lanci col paracadute. Finita la vacanza, possono ritornare ai loro regimi di padronanza di sé e controllo.</p>
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<p>Ma nonostante i nostri sforzi, non tutto è potenzialmente sotto il nostro controllo, neppure il nostro corpo e la nostra mente. Questa è stata la prima lezione impartitami dai macrofagi che perversamente promuovono tumori letali. Il corpo – o, per usare una forma più innovativa, il “corpo-mente” (in originale “mindbody”; NdT) – non è una macchina che procede senza intoppi e dove ogni elemento esegue docilmente il suo compito a vantaggio del bene comune. Nel migliore dei casi è una confederazione di parti – cellule, tessuti, ma anche modelli di pensiero – ognuna delle quali può portare avanti i propri obiettivi, che siano o meno distruttivi per l’insieme. Che cos’è in fin dei conti il cancro se non una ribellione cellulare contro l’intero organismo? Persino condizioni apparentemente benigne come la gravidanza si stanno rivelando attivate da competizione e conflitto su una ridottissima scala.</p>
<p>Lo so che in un’epoca in cui tanto la medicina convenzionale quanto le più nebulose “alternative” mettono a disposizione l’obiettivo della padronanza di sé, o almeno la promessa che potremo prolungare la nostra vita e migliorare la nostra salute controllando accuratamente i nostri stili di vita, molti troveranno questa prospettiva deludente, se non addirittura disfattista. Che senso ha calibrare minuziosamente l’alimentazione e il tempo passato sul tapis roulant quando si può finire sbaragliati da qualche cellula maligna all’interno del nostro corpo?</p>
<p>Ma questa è solo la prima lezione dei proditori macrofagi che hanno ispirato questo libro, e la storia non finisce qui. Risulta che molte cellule all’interno del corpo sono in possesso di quello che i biologi sono arrivati a definire “decisionismo cellulare”. Alcune cellule possono “decidere” dove andare e cosa fare senza alcuna istruzione proveniente da un’autorità centrale, quasi come se fossero dotate di “libero arbitrio”. Una libertà analoga, come vedremo, si estende a molte briciole di materia che abitualmente vengono ritenute non viventi, come i virus e persino gli atomi.</p>
<p>Cose che mi avevano insegnato a considerare inerti, passive o semplicemente insignificanti – come le cellule individuali – sono in realtà capaci di prendere decisioni, anche molto brutte. Non è esagerato dire che il mondo naturale, come stiamo arrivando a vederlo, pulsa di qualcosa come la “vita”. E, come concluderò, questa visione dovrebbe formare il modo in cui pensiamo, non solo alle nostre vite, ma anche alla morte e al modo in cui moriamo.</p>
<p>Questo libro non si può sintetizzare in un paio di frasi, ma eccone grosso modo una mappa: la prima metà è dedicata a descrivere la r<strong>icerca del controllo mediante le cure mediche</strong>, gli adeguamenti dello “stile di vita” con l’esercizio fisico, la dieta e con una nebulosa ma sempre crescente industria del “benessere” che abbraccia sia il corpo sia la mente. Tutte queste forme di intervento sollevano interrogativi sui limiti del controllo umano, il che ci porta nel regno della biologia – cosa c’è dentro il corpo e se le sue parti ed elementi sono in qualche modo soggetti al consapevole controllo umano. Formano un complesso armonioso o sono impegnati in un eterno conflitto?</p>
<p>Presento il caso scientifico emergente offrendo una visione distopica del corpo – non come una macchina perfettamente ordinata, ma come un terreno di scontro ininterrotto a livello cellulare, che si conclude, almeno in tutti i casi di cui siamo a conoscenza, con la morte. In conclusione, alla fine di questo libro, se non alla fine delle nostre vite individuali, veniamo lasciati con l’inevitabile domanda “Che cosa sono io?”, o voi. Che cosa è il “sé”, se non è radicato in un corpo armonioso, e comunque, a cosa ci serve?</p>
<p>Qui non troverete consigli su “come fare”, suggerimenti su come prolungare la vita, migliorando il regime alimentare e quello degli esercizi fisici, o su come indirizzare il vostro modo di fare in una direzione più salutare.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Più che altro, spero che questo libro vi incoraggi a<strong> ripensare il progetto del controllo personale sul vostro corpo e sulla vostra mente</strong>.</span></p></blockquote>
<p>Piacerebbe a tutti vivere una vita più lunga e più sana; la questione è quanta parte delle nostre vite dovrebbe essere dedicata a questo progetto, quando noi tutti, o almeno la gran parte di noi, abbiamo altre cose, spesso più importanti, da fare. I militari cercano di raggiungere la migliore forma fisica, ma sono pronti a morire in battaglia. Chi lavora nel campo della sanità rischia la vita per salvare gli altri durante carestie ed epidemie. I buoni samaritani gettano il proprio corpo tra gli aggressori e le loro vittime designate.</p>
<p>Si può pensare alla morte con amarezza o con rassegnazione, come una tragica interruzione della propria vita, e prendere ogni misura possibile per rinviarla. Oppure, più realisticamente, si può vedere la vita come l’interruzione di un’eternità di personale inesistenza, e coglierla come una breve occasione per osservare e interagire con il mondo vivente, sempre sorprendente, che ci circonda.</p>
<p><span style="font-size: 75%;">*This changes everything, nel testo originale, è un saggio del 2014 di Naomi Klein, tradotto in italiano da Rizzoli nel 2015 con il titolo<em> Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile</em>. NdT.</span></p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>Cause naturali. La vita, la salute e l&#8217;illusione del controllo</em> di Barbara Ehrenreich, in libreria dal 20 maggio. In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@calliebec95?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Callie Gibson</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/collections/9007676/spotify-playlist-cover?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
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		<title>Sorveglianza come stile di vita</title>
		<link>https://lmdp.luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 09:54:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmi]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza e intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[società digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre il Grande Fratello Per comprendere la cultura della sorveglianza dobbiamo mettere da parte 1984. Non che Orwell non avesse niente da dire, anzi: la sua opera è ancora profondamente attuale, per la descrizione di alcuni elementi dolorosamente familiari a chi abbia vissuto le dittature del Novecento, per l’avvertimento a prestare attenzione al subdolo scivolamento [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 6">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<h2>Oltre il Grande Fratello</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>Per comprendere la cultura della sorveglianza dobbiamo mettere da parte <em>1984</em>. Non che Orwell non avesse niente da dire, anzi: la sua opera è ancora profondamente attuale, per la descrizione di alcuni elementi dolorosamente familiari a chi abbia vissuto le dittature del Novecento, per l’avvertimento a prestare attenzione al subdolo scivolamento nel controllo statale all’interno di presunte democrazie liberali e per l’invito rivolto al lettore a perseguire un mondo dignitoso, tollerante e umano.</p>
<p>Il mio messaggio, invece, è che oggi quella del Grande Fratello è la metafora sbagliata per la sorveglianza. Persistere nell’uso del linguaggio di un tiranno totalitarista che minaccia le sue vittime con ratti famelici e stivali che calpestano, distoglie semplicemente l’attenzione da quello che sta davvero accadendo nel mondo della sorveglianza. Alcune situazioni di sorveglianza, certo, sono sinistre e sadiche e vengono giustamente criticate in quanto tali. Ma l’esperienza che oggi la maggior parte delle persone fa della sorveglianza è diversa, ed ecco perché andare oltre il Grande Fratello è più necessario che mai.</p>
<p>All’inizio degli anni Novanta, nel mio libro <em>L’occhio elettronico</em>, osservavo che anche se Orwell può ancora insegnarci molte cose, non sarebbe mai riuscito a indovinare il ruolo che le nuove tecnologie informatiche da un lato e il consumismo dall’altro avrebbero ricoperto nella creazione della sorveglianza come si stava evolvendo alla fine del Novecento. Tuttavia da allora sono stato costretto a riconoscere che la sorveglianza è cambiata di nuovo.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">L’esperienza che viviamo nel Ventunesimo secolo è profondamente legata alla partecipazione di chi è sorvegliato. Anzi, non soltanto <strong>essere osservati ma anche osservare</strong> è diventato uno stile di vita. </span></p></blockquote>
<p>I personaggi di Orwell vivevano attanagliati da una spaventosa incertezza su quando e perché fossero osservati. La sorveglianza di oggi è resa possibile dai nostri click sui siti web, dai nostri messaggi di testo e dai nostri scambi di foto. Le persone comuni contribuiscono alla sorveglianza come mai prima. I contenuti generati dagli utenti creano i dati attraverso cui vengono monitorati i nostri gesti quotidiani. Ecco come prende forma la cultura della sorveglianza.</p>
<p>Con l’espressione cultura della sorveglianza mi riferisco al tipo di cose che potrebbe studiare un antropologo: <strong>usi, costumi, abitudini e modalità di lettura e interpretazione del mondo</strong>. L’enfasi è posta principalmente sulla sorveglianza della vita quotidiana piuttosto che sui tentacoli da piovra dell’intelligence globale e sulle reti di controllo, o sulle seducenti e subdole sirene del marketing aziendale. La cultura della sorveglianza, in questa accezione, riguarda il modo in cui la sorveglianza viene immaginata e vissuta e come le banali attività di camminare per strada, guidare un’automobile, controllare i messaggi, fare acquisti nei negozi o ascoltare musica sono influenzate dalla sorveglianza e la influenzano a loro volta. E come anche chi ha ormai familiarità con la sorveglianza o addirittura vi si è assuefatto la promuove e vi prende parte.</p>
<p>Pertanto questo libro non parla principalmente della cultura della sorveglianza intesa in senso letterario o artistico. Dedica poco spazio all’esplorazione dei mondi della sorveglianza scaturiti dall’immaginazione creativa, dai film, dalle canzoni, dai romanzi, dalle serie tv o dall’arte. Ma vi presta attenzione nella misura in cui illuminano gli ambiti più “antropologici” della sorveglianza nella vita quotidiana. Le opere della popular culture mantengono un’importanza fondamentale. Molte sono estremamente sagge e offrono interpretazioni penetranti sulla cultura della sorveglianza. Inoltre, è stato scritto molto sulle affascinanti intuizioni contenute in queste produzioni letterarie, musicali, visive e artistiche, che contribuiscono anche a gettare luce sulla cultura nel senso di “stile di vita”.</p>
<p>Ciò detto, dopo aver proposto di andare oltre Orwell per cogliere la realtà attuale della sorveglianza, mi sento in dovere di suggerire alcuni luoghi in cui si colloca questo “oltre”. Sono disseminati in questo libro, ma per me uno in particolare risalta su tutti.</p>
<p>Oggi il mondo della sorveglianza è inestricabilmente legato alla famosa Silicon Valley californiana, l’incubatore per eccellenza del mondo digitale che con tanta rapidità è diventato familiare a gran parte della popolazione globale. Non sorprende, pertanto, che uno degli eredi più significativi dello scettro di Orwell abbia ambientato le sue storie nella Silicon Valley. Nel titolo di un romanzo del 2013,<em> Il cerchio</em> non è soltanto il nome dell’azienda hi-tech dove lavora la protagonista Mae. È anche una metafora del modo in cui tutta <strong>la vita è sempre più inglobata in un mondo digitale circondato dal cyberspazio</strong>. Mae viene valutata in base a quanti “zing” posta e indossa per tutto il tempo il suo tesserino “TruYu” e la sua telecamera “SeeChange”, mentre si integra nella vita nell’ambiente felice e di tendenza della trasparenza fra pareti di vetro. Malgrado qualche dubbio momentaneo, diventa rapidamente un’icona e una celebrità nella sfera d’influenza del Cerchio. Diventa completamente trasparente.</p>
<p>Dave Eggers, l’ispirato autore de<em> Il cerchio</em>, fa riferimenti espliciti a Orwell attraverso espedienti come gli slogan. “La libertà è schiavitù” di Orwell diventa “Condividere è avere cura” in questo mondo della sorveglianza soft, fatto di beni di consumo e abbigliamento casual sul posto di lavoro. E, come osserva sardonico Peter Marks, <em>Il cerchio</em> è figlio dei Big Data più che del Grande Fratello.</p>
<p>È proprio questo il punto. Le culture odierne della sorveglianza, quei modi cruciali di vedere e di essere nell’ambiente digitale, sono inseparabili dai cosiddetti “dati exhaust” che fluiscono da milioni di macchine in ogni momento di ogni giorno e dall’avido tentativo globale di trasformarli in valore. Ciò che le persone percepiscono, per lo più, è lo straordinario potere che internet ha di mantenerle connesse, di fornire intrattenimento e merci, di aggiornarle, rassicurarle e informarle di continuo. Nel loro rapporto con il mondo online, però, non soltanto improvvisano reazioni ai modi subdoli in cui vengono osservate ma a loro volta usano le tecnologie di sorveglianza per i propri scopi. Così nascono nuove culture della sorveglianza.</p>
<p>Per sintetizzare, dunque, questo libro coniuga due interrogativi diversi sulla sorveglianza nel Ventunesimo secolo. Da un lato c’è l’ovvietà che la sorveglianza è una realtà quotidiana che non proviene solo dall’esterno, ma alla quale partecipiamo dall’interno in molti contesti. Talvolta la adottiamo in quanto strumento per ottenere maggiore sicurezza o convenienza, altre volte la mettiamo in discussione o le opponiamo resistenza ritenendola inappropriata o eccessiva, altre ancora la trattiamo come una possibilità gradevole o rassicurante, offerta dai sistemi o dai dispositivi, per osservare o monitorare gli altri e noi stessi come mai prima.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Spesso fenomeni come la sorveglianza dei social network sembrano un’attività soft, apparentemente insignificante ma, come ribadirò più volte, in realtà contribuiscono a una trasformazione socioculturale. <strong>Osservare è diventato uno stile di vita</strong>.</span></p></blockquote>
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<p>D’altro canto, le tipologie di dati che ormai circolano con volumi, velocità e varietà più grandi che mai, per usare le parole che spesso si applicano ai Big Data, rivestono un interesse enorme per una gamma crescente di attori, non solo dipartimenti governativi, agenzie di sicurezza e polizia, ma anche internet company, aziende sanitarie, ingegneri del traffico, urbanisti e molti altri. I dati sono preziosissimi, sia sotto il profilo economico, come merci da sfruttare e scambiare in mercati multimiliardari e contesti analoghi, sia come strumenti di governo o persino di controllo degli altri. L’osservazione come stile di vita è legata inestricabilmente a queste altre realtà, e pertanto il nostro tema è tutt’altro che marginale o di poco conto rispetto alle principali sfide etiche e politiche della nostra epoca.</p>
<p>Esiste dunque una tensione tra la vita digitale delle persone regolarmente e innocentemente immerse nei social network, in contesti online di gioco – o di “gamification” – e di self-tracking, e quella degli individui le cui occasioni, opportunità di vita e scelte sono colpite, talvolta in modo negativo, dal modo in cui gli altri raccolgono, conservano, classificano e analizzano quei dati. Un gruppo di commentatori sostiene che per qualcuno la sorveglianza è chiaramente gradevole, divertente e empowering, e che bisognerebbe leggere tutto questo come il significativo fenomeno culturale che in effetti è. Altri osservano che quelle stesse attività potrebbero fare il gioco di forze molto più minacciose e che pertanto l’attenzione degli studi sulla sorveglianza dovrebbe concentrarsi sugli aspetti disumanizzanti e limitanti per la libertà delle attuali attività di monitoraggio e di tracciamento.</p>
<p>Per molti aspetti le caratteristiche della sorveglianza come stile di vita sono diverse rispetto alle precedenti culture della sorveglianza, per esempio da quelle di comunità chiuse e geograficamente localizzate. Tra gli elementi più frequenti della sorveglianza di oggi troviamo la facile quantificazione dei dati, la loro estrema tracciabilità, la loro probabile dimensione economica – monetizzata – e la possibilità di raccoglierli a distanza (sono cioè deterritorializzati). Sono meno “solidi”, più “liquidi”, ma condividono ancora pattern di connessione e di attività. I consumatori online, per esempio, sono convinti di essere liberi di scegliere quello che comprano, nonostante la sorveglianza sia ormai un fatto sempre più tangibile. Tuttavia spesso cercano di presentarsi sotto una luce estremamente favorevole, facendo il gioco della sorveglianza sociale a cui prendono parte.</p>
<p>Sottolineo la necessità che gli immaginari e le pratiche della cultura della sorveglianza di oggi vengano presi sul serio e sostengo, allo stesso tempo, che essi sono direttamente collegati alla nostra comprensione delle tipologie di sorveglianza messe in atto dalle internet company, dalle agenzie di sicurezza nazionale e altri. Spesso gli stessi dati non si trasmettono tra utenti, ma anche tra settore pubblico e privato. Gli stessi metodi vengono usati per spiegare i dati e per agire in base a essi. E chi partecipa alla sorveglianza sui social impara dalle strategie delle grandi organizzazioni, e viceversa. Inoltre, acquisire familiarità con oggetti e tecnologie in un ambito potrebbe normalizzare quelli dell’altro. I diversi contesti culturali contribuiscono a determinare il modo in cui le persone interpretano le loro esperienze della sorveglianza.</p>
<h2>Verso una sorveglianza generata dagli utenti</h2>
<p>L’osservazione degli altri in senso sorvegliante è una pratica antica. Per gran parte della storia dell’umanità, la sorveglianza è stata l’attività di una minoranza, appannaggio di persone o organizzazioni specifiche. Oggi, gran parte della sorveglianza è ancora un’attività specializzata svolta dalla polizia, dalle agenzie di intelligence e ovviamente dalle aziende. Ma viene svolta anche a livello domestico, nella vita quotidiana. I genitori usano dispositivi di sorveglianza per controllare i bambini, gli amici osservano gli altri sui social network, ed è sempre più diffuso l’uso di gadget per il monitoraggio della nostra salute e forma fisica. Oggi si verificano le medesime tipologie di osservazione, ma con strumenti diversi dalle caratteristiche nuove citate sopra. In questo modo osservare diventa uno stile di vita.</p>
<p>“Sorveglianza” è un termine spinoso. La sua origine, dal francese <em>surveiller</em>, letteralmente “vigilare su”, è piuttosto evidente. Il problema è cosa potrebbe rientrare o essere escluso in una definizione rigida della parola. Sorveglianza indica le operazioni e le esperienze di raccogliere e analizzare dati personali allo scopo di esercitare influenza, di decidere chi ha di- ritto a cosa e di controllare. Come dice saggiamente Gary Marx:</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"> “La tecnologia della sorveglianza non viene semplicemente applicata; viene anche <strong>esperita dai soggetti, dagli agenti e dal pubblico che definisce</strong>, giudica e prova dei sentimenti riguardo al fatto di essere osservato o osservatore”.</span></p></blockquote>
<p>La mia definizione sollecita ulteriori interrogativi, come per esempio cosa rientra nella formula “dati personali”? Li prenderemo in esame in seguito. Per ora, osserviamo l’ampiezza delle situazioni coperte dal termine. La sorveglianza potrebbe essere attuata, per esempio, da corporation che esercitano influenza guardando il vostro profilo social per decidere come convincervi a comprare il loro prodotto, da dipartimenti del governo che giudicano i vostri diritti esaminando i vostri conti in banca per decidere se avete i requisiti per ottenere l’assistenza sociale, o da organismi come la polizia che prende decisioni di controllo legate al miglior percorso per una manifestazione. Ma può essere attuata anche nella vita quotidiana, sugli altri, controllando i profili che ci interessano, o su noi stessi, con il cosiddetto self-tracking.</p>
<p>L’emergente “cultura della sorveglianza” di oggi è senza precedenti. Un elemento cruciale è che le persone partecipano attivamente alla propria sorveglianza e a quella degli altri e tentano di regolamentarle. Abbiamo sempre più prove dell’esistenza di pattern di prospettive, modi di vedere o mentalità sulla sorveglianza, nonché di modalità con cui iniziare la sorveglianza, negoziarla o opporvi resistenza. Chi non ha sentito i celebri mantra tirati fuori da politici e altre persone nella vita quotidiana, “Se non avete niente da nascondere non avete niente da temere”? Oppure, “abbiamo bisogno della sorveglianza per essere al sicuro”? Sono piuttosto diffusi ma controversi, come vedremo.</p>
<p>La cultura della sorveglianza è comparsa perché sempre più le persone usano strumenti di monitoraggio. Molti controllano le vite degli altri usando i social network, per esempio. Allo stesso tempo gli “altri” rendono tutto questo possibile concedendo di esporsi alla vista con messaggi e tweet, post e fotografie. Alcuni prendono parte alla sorveglianza anche quando si preoccupano di quello che gli altri, soprattutto organizzazioni grandi e opache come le compagnie aeree o le agenzie di sicurezza, sanno di loro.</p>
<p>Tuttavia, per non dare l’idea che la comparsa della cultura della sorveglianza sia in qualche modo casuale, imprevista o inevitabile, questo libro sottolinea anche che i sistemi disponibili sul mercato sono progettati per permettere e incoraggiare questi sviluppi culturali. Più cerchiamo sui social lo stesso tipo di persone, perché hanno interessi e stili di vita simili, più le aziende possono personalizzare le loro pubblicità e i loro profili. Ovviamente questo non ci rende dei creduloni ingannati dal sistema. Qualcuno potrebbe usare questi sistemi in modi a cui chi li ha progettati non aveva pensato, e potrebbero persino essere più umani, giusti o democratici. Ma il punto è che alcuni aspetti importanti della cultura della sorveglianza rispecchiano possibilità che sono incorporate nelle piattaforme commerciali.</p>
<p>Le persone possono reagire in molti modi diversi all’emergente cultura della sorveglianza. Per esempio, potrebbero agire per bloccare la sorveglianza di qualcuno, per limitare chi può vedere la loro vita. Ma molti si limitano ad andare avanti, pur consapevoli di alcuni aspetti della sorveglianza.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">In altri termini, che piaccia o meno,<strong> tutti rivestono un ruolo nella sorveglianza</strong>, più di quanto succedesse nello “Stato di sorveglianza” o persino nella “società della sorveglianza”.</span></p></blockquote>
<p>Queste espressioni descrivono come viene esercitata la sorveglianza su individui e gruppi. La cultura della sorveglianza va oltre. Pur riconoscendo quello che succede nella sorveglianza esercitata dalle organizzazioni, mette in luce i diversi ruoli che tutti noi ricopriamo in rapporto alla sorveglianza.</p>
<p>Pertanto la cultura della sorveglianza è caratterizzata dalla sorveglianza generata dagli utenti. Prendendo spunto dalla nozione di contenuti generati dagli utenti del Web 2.0, possiamo osservare che le stesse capacità tecnologiche – o “affordance”, nella loro definizione tecnica – consentono agli utenti di contribuire fornendo contenuti alla sorveglianza e allo stesso tempo di generare forme di sorveglianza. Da una parte, il coinvolgimento dell’utente nei confronti di dispositivi e piattaforme come smartphone e Twitter crea dati usati nella sorveglianza delle organizzazioni. E dall’altra gli utenti stessi agiscono come sorveglianti quando controllano, seguono e danno valutazioni ad altri con i loro “like”, le loro “raccomandazioni” e altri criteri di valutazione. Quando lo fanno, non interagiscono solo con i loro contatti online, ma anche con i modi subdoli in cui le piattaforme sono create per favorire particolari tipologie di interscambio.</p>
<p>Questo libro, perciò, è anche una specie di mappa a grandezza naturale del mondo della sorveglianza di oggi – anche se, come lo Street View di Google, non copre tutto! – che si concentra in particolare su coloro che, volutamente o meno, consapevolmente o meno, vi prendono parte nella vita di tutti i giorni, producendo sorveglianza generata dagli utenti. Per esempio, prende in considerazione quali emozioni vengono suscitate dalla sorveglianza e dedica un capitolo a<em> Il cerchio</em> di Dave Eggers. Questo è un modo per capire la cultura della sorveglianza di oggi, come potrebbe esserlo ascoltare <em>Every Breath You Take</em> dei Police o guardare il film <em>Le vite degli altri</em> di Florian Henckel von Donnersmarck o un episodio della serie tv <em>Black Mirror</em>.</p>
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<p><span style="font-size: 75%;">In altro, foto di <a href="https://unsplash.com/@scottwebb?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Scott Webb</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/big-brother?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/">Sorveglianza come stile di vita</a> proviene da <a href="https://lmdp.luissuniversitypress.it">La Meraviglia Del Possibile</a>.</p>
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