Personaggi noti in ambienti e settori del tutto diversi ma accomunati dal fatto d’essersi lasciati “catturare” dalla scrittura di una o più fiabe. A caderci dentro sono in tanti, tantissimi e lo fanno d’un tratto, senza meditarci a lungo. Lo fanno con quella stessa impellenza che spinge Alice a infilarsi nella grossa tana oltre la siepe, per inseguire il Bianconiglio. Il richiamo si fa irresistibile, gioca con il baluginio nello specchio di quel buffo animale che, in preda all’ansia, ripete d’essere in ritardo. Ma è quando estrae l’orologio dal taschino del panciotto che quel dettaglio si fa sortilegio. Vince ogni resistenza e Alice ormai è “dentro”. Sono moltissimi gli “insospettabili”, – scorrendo i nomi per questo testo ne ho contate oltre tre dozzine – scrittori noti e di fama, filosofi, poeti, statisti, pensatori, che si sono lasciati conquistare da questa forma narrativa che sfugge e sguscia di continuo, rivelando di sé l’inatteso. L’hanno fatto: Arthur Strindberg, Oscar Wilde, Jan McEwan, George Sand, Michael Ende e poi David Grossman, George Saunders, Amos Oz, Nelson Mandela, ma già Voltaire, Puškin, Mark Twain, E.T.A. Hoffman, Jacques Prévert, i nostri Gozzano, Calamandrei, Capuana, poi Antonio Moresco. E Herman Hesse, Rudyard Kipling, Tolkien e naturalmente Goethe, Ruskin, Grahame, Ernst Bloch e Rainer Maria Rilke. Inoltre Jostein Gaarder, Anita Nair, Atiq Rahimi, Tahar Ben Jelloun, Nicolai Lilin, Murakami Haruki, Francesco Guccini, Giorgio Parisi. E Antonio Gramsci che, dal carcere, tradusse ventiquattro delle fiabe dei fratelli Grimm, intitolandole poi Favole di libertà, perché questo gli avevano regalato, la possibilità di avere scampo dal terrore. E sono solo alcuni. La lista si presenta assolutamente ellittica, disomogenea, a qualcuno potrà apparire legata soltanto dall’invisibile corda di un funambolo.
Ma, a guardare con attenzione, alla base presenta una matrice condivisa, disvela una sua coerenza. Ed è la forza di innesco. Quale che siano l’estrazione di sapere, il percorso di approfondimento, le convinzioni e i principi su cui fondano le proprie esistenze, tutti questi scrittori sono mossi da un quid comune, quella forza stregata che avvampa nelle gambe e spinge ad arrampicarsi, a frugare, a scovare, a scavare e saltare, e cadere anche, le ginocchia sbucciate, e i sorrisi sghembi appiccicati al viso come fossero zucchero filato. L’infanzia, sì, proprio l’infanzia. L’infanzia che ancora alberga nel loro corpo e s’accende per istanti, scatenando la medesima combustione d’allora. Infanzia, dunque, che, però, si badi, non è (solo) condizione cronologica e transitoria. L’infanzia come luogo, invece, arcipelago di terra e acqua, magma incandescente della dimenticanza come della memoria. L’infanzia come grammatica dell’anima, quando ci si sofferma ad assaporare ciò che la circonda e risponde al registro della chiamata, che è suono del mistero, dell’indecifrabile. Appunto, lingua del mondo. Chiosando l’intuizione dello psicoanalista americano James Hillman, «È possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla.1» Che è questo che ci resta addosso, sempre, quell’inclinazione a immaginare, ricostruire, ri-rappresentare. Una funzione irresistibile. Allora poco cambia se si diventa filosofi, scrittori di lumi, musicisti. Se le forze si concentrano nel diritto, nella poesia, o in una ricerca spasmodica della verità dei fatti. La fiaba s’insinua, abile salamandra, a riafferrare per i polsi e le caviglie quell’ansia di osservazione che dal mondo entra nelle testa e dalla testa torna al mondo, in una circolarità che ha la sapienza dell’incomprensibile armonia delle sfere celesti, tanto cara a Pitagora e Platone. Per l’immanenza e la trascendenza che conducono sempre. Nell’infanzia accade lo stesso, che siamo noi e l’universo, il nulla e il tutto. Che diventiamo i protagonisti indomiti delle nostre narrazioni più intense, che poi fanno ritorno. Con una scintilla. Che sia di dolore, o di sapore, o di suono. Tutto prende vita. E lo raccontiamo.
C’era una volta… che c’è qualcosa che manca
Lo raccontiamo che C’era una volta… che c’è qualcosa che manca. C’era una volta…che il tempo è passato ma non basta. C’era una volta che se lasciamo il segno sarà come uno dei sassolini di Pollicino, e arriverà chissà dove, nella pancia di uno struzzo come racconta Jacques Prévert2 o navigherà sul Bateau Ivre di Rimbaud, insieme al suo Petit-Pouchet3 rêveur nella poesia Ma Bohème.4 Simboli, archetipi, meme. Benvenuti alla tavola imbandita dell’inconscio che dimentica d’essere complesso per lacerare il velo di Maia e ammantare d’un vestito di stelle, di cielo, di luna – a volte dell’abito dell’imperatore, nudo come solo un bambino può riconoscere – quel tratto dolorante, abbandonato, di ferita, o spavento, frustrazione, abisso, immenso, buio che nella fiaba ha sempre casa. Siamo pieni di ferite e le cuciamo con le parole.
Quelle della voce che racconta e rammenta e giura che un tempo, sì, Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa5, ebbene, allora accadde qualcosa. «La magia è un punto di incrocio molto interessante fra immaginazione e realtà»6, scrive lo studioso americano Jack Zipes, sdoganando una strategia di sopravvivenza che ci esalta e ci proietta non nell’eroismo dei grandi, ma nelle soddisfazioni esistenziali, quelle dove si superano le prove, si imbrigliano gli orchi e si beffano i draghi. E a quell’istante che riunisce gli opposti corriamo perché, da qualche parte, è feroce e viva la consapevolezza che «Tutti noi siamo inadatti al mondo, e in qualche modo dobbiamo pur starci, e starci assieme ad altre persone, e inventare o trovare – così – attraverso la comunicazione – i mezzi per soddisfare e anche risolvere, sciogliere, desideri e istinti altrimenti in urto reciproco»7. Così la fiaba si fa pozione magica, perché racconta e non giudica, non mette dinnanzi al dilemma esistenziale. La fiaba chiede che si segua l’eroe nel suo viaggio e si solidarizzi con lui o anche solo lo si ascolti. Questo le conferisce una libertà che è assoluta, e autentica. Possiamo amarla o odiarla, ma la fiaba prosegue, imperterrita, esce dal seminato, sovverte, s’incaponisce, avanza retrocedendo talvolta. E nel farlo ci regala lo stupore, che è la moneta del sogno.
Tra le pieghe del ‘dimenticato
Allora se Tahar Ben Jelloun ha riscritto le fiabe di Pearrult, se Goethe s’è lanciato in una fiaba esoterica tra un serpente, il fiume, la bella Lilia, la morte e la rinascita, se John Ruskin, cantore delle pietre veneziane, s’è dilettato con l’alchimia, l’oro e la magia della bontà e Kenneth Grahame con Il drago riluttante, inventato per alleviare le sofferenze dell’unico figlio, afflitto da costante malattia; se George Sand narra fiabe ai nipoti, e Antonio Moresco entra nel bosco magico dei Grimm trasferendo i suoi fantasmi e le sue crisalidi in quell’universo; se Guido Gozzano racconta l’amore delle compensazioni perfette in un percorso di voci e perdite che condurrà all’algebra inattesa, se David Grossman s’addentra nella solitudine e nell’abbraccio, mentre George Saunders affida a una volpe il compito di dialogare con gli umani; se Oscar Wilde, Nicolai Lilin, Amos Oz, Mark Twain esibiscono, con toni crudi o di scherno, la grossolanità della nostra specie quando si concentra troppo su se stessa, ogni volta a trionfare è l’affabulazione potente, che scende e s’infiltra nelle pieghe del “dimenticato”, rivelando la natura più acuta della memoria: rammentarci che c’è qualcosa che manca. Che manca in noi, nel nostro sguardo. Che manca nella compagine più ampia capace di trascendere i confini soggettivi. E sarà bussola, quel vuoto, risuonerà della voce e si farà calamita del viaggio. Ciò che la fiaba tratteggia, nella molteplicità degli stili, e dei microcosmi che realizza, è sempre l’inesprimibile.
L’anagramma del vero che non ha bisogno di certezze, e forse nemmeno la prova di esistere. Perché è vero ciò che persuade, convince, rende partecipi. Ciò che si condivide. «Perché mai, in ogni parte del mondo, ripetiamo ritualmente la storia, e non facciamo che raccontarla, riciclarla, modificarla, riscriverla e mescolarla da altre storie? […] Cosa accade alla storia via via che la si racconta, la si tramanda da una generazione all’altra, e i suoi bordi logori si sfilacciano benché il tessuto si conserva intatto?», s’interroga la studiosa Mara Tatar8, che alla fiaba ha dedicato studi acutissimi. Accade che se ne resta intrappolati. E non in maniera passiva. Invece con quella forza e l’impellenza verso il cambiamento che attrae nelle faccende comuni, quelle di ogni giorno, che sono il vero banco di prova della nostra forza, e della resistenza, e dello sguardo che scegliamo di avere sul mondo. Dico esattamente: scegliamo, perché – e ciascuno di noi può trovarne conferma nella propria esperienza – c’è un punto in cui si decide come guardare le cose. Se il lato dritto o rovescio, se il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Le fiabe ci fanno da eco e accompagnamento in questo. Sono una sorta di Virgilio popolare che s’inerpica non nelle selve oscure, ma nei labirinti in cui sovente ci imbattiamo già nelle nostre anime. Simile e differente per ciascuno di noi, tale percorso. E questo perché c’è una cifra umana che ci portiamo dentro, un Dna delle paure, delle emozioni, delle traversie da cui non possiamo prescindere. Archetipi, li chiamava Carl Gustav Jung. Ma anche meme, come li ha definiti Richard Dawkins nel 1976 nel libro Il gene egoista9, ovvero una sorta di “replicatore” di contenuti, unità capaci di generare tradizioni, patrimoni di storie fondate sulla comunicazione umana di esperienze condivise. Il segreto, però, è che narrandole, ogni volta, queste storie le modifichiamo, le plasmiamo. Imprimiamo loro una forza primigenia, quella spontanea, innata, l’energia che ci radica e ci tiene qui, nonostante tutto. E così, tra le righe, si insinua qualcosa che ci appartiene e che poi inviamo all’esterno. Perché prosegua il proprio cammino. E non c’è niente di più sovversivo di questo. Pacificamente sovversivo, ovvio. Sovversivo nel senso di aprire percorsi inusuali per il codice consolidato.
Lasciate in pace Disney
L’aveva capito, eccome. E forse è stato il primo a darne un’evidenza d’immagini così compatta. Lui, Walt Disney, nato il 5 dicembre 1901, quarto figlio di un contadino, venditore di burro, distributore di quotidiani porta a porta, industriale di un’improbabile azienda produttrice di gelatina di frutta. Lui che, come ci racconta in una bella biografia Mariuccia Ciotta10: «La sera frequenta l’Istituto d’arte di Chicago, ma non gli serve molto per schiacciare mele o lavare i barattoli nell’ennesima impresa paterna: gelatina di frutta. Walt fa anche il guardiano per la sopraelevata di Wilson Avenue, a quaranta centesimi l’ora, ma quando i portieri sono troppi se ne deve tornare a casa», ridisegnerà la paura di un’America che si trova al collasso nel 1929. Darà suono e immagini in movimento a chi si sente tradito e paralizzato, e userà la risata come esorcismo e antidoto. Eccola, la matrice invincibile della fiaba. Credi, sovverti, rovescia, rintraccia. Perché Disney, così maltrattato dalla critica, Disney imputato d’essere lo sdolcinato traditore dei testi, della narrativa classica, del folclore, della filologia, aveva in realtà colto nel segno più profondo di questo magma mutante. Aveva imbrigliato, d’istinto, qualcosa che ancora non era stato espressamente teorizzata – ma lo farà, sempre in America, di lì a poco Bruno Bettelheim nel 1977 con il suo Il mondo incantato e tutto l’apparato costruito attorno alla fiaba subirà un vero e proprio tsunami.
Che cosa? Che è la fucina della diserzione. La diserzione dalle forme, ci dice magistralmente la Ciotta: «Il “diverso” di Walt non è una creatura ai margini, non si nasconde ai limiti del mondo ma al contrario porta scompiglio in “città”, è di esempio per tutti, istiga alla rottura dei codici. In questo, inverte l’idea della mostruosità e deformità – l’idea dello storpio – come abitante di una “territorialità maledetta quasi sempre dimenticata da Dio” (Bruno Accarino). Walt invita il mostro – il “selvaggio e il barbaro” – al centro dello spazio pubblico e lo trasforma da minaccia per la comunità in modello». Irresistibile. Lo sarà per Ian McEwan e il suo L’ inventore di sogni, per Murakami Haruki, Michael Ende, per Lewis Carroll, Anita Nair, Stéphane Mallarmé. Lo è per noi, che zoppichiamo, claudicanti creature d’una orfanitudine che ci sta in fronte come le stelle dei figli cacciati del re in una serie infinta di versioni che percorrono ogni parte del globo. Perché a scatenarle, quelle trame, sono le pulsioni umane che più umane non si può, la rabbia, la gelosia, il tradimento, l’invidia, l’ossessione, la crudeltà, la follia, la paura.
La materia delle fiabe
Siamo fatti della materia delle fiabe, che pesca negli incubi e nei sogni, che si espande e si contrae, che può dilungarsi per pagine e pagine o raggiungere la rapsodia di una mezza paginetta. La frenesia che inducono, però, non muta. Innescano, le fiabe, una voglia assoluta d’esserci, di partecipare, di dare il proprio contributo, di rovesciare ciò che non funziona, di beffare i prepotenti. Sono collettive, le fiabe, e democratiche nel senso più alto del termine, quello che lambisce la politica, certo, ma prima ancora è sociale, antropologico, etico. Quella stessa forza che scatena l’innata compassione, nell’accezione etimologica, ovvero quell’empatia che rende comune un sentire, e l’altro diventa sé e il sé altro. Tanto che, a ben guardare, si creano comunioni d’intenti e di inciampi, nelle fiabe. Si imbastisce la magistrale armonia del quotidiano in cui ciascuno dà ciò che può, come nella troppo incompresa fiaba di Biancaneve nella versione cinematografica di Disney, tanto che, ci ricorda sempre la Ciotta11, un «importante giornale socialista, the People work, descrisse Biancaneve come “il contributo di Wall Disney alla teoria marxista”.
Forse Walt non se n’era reso conto ma la sua principessa era considerata dal giornale del partito comunista “simbolo della creatura perseguitata da una regina capitalista”, i sette nani esempio di “una società comunista in miniatura”, mentre vedeva “gli avvoltoi turbinanti nel cielo come dei trotzkiste” e la mela avvelenata al pari degli “infiniti editoriali antisocialisti sulle pagine dei giornali di proprietà del magnate della stampa William Randolph Hearst.» Davvero portentoso, se si pensa poi alle critiche cui l’hanno sottoposta. E tuttavia ciò che resta, in fondo, non è altro che la versione della fiaba. Una fiaba capace di metamorfosi continue, perché spugna del mondo circostante, perché linguaggio alchemico della paura. «Quel che più conta in queste narrazioni», precisa la Tatar, «è il modo in cui esse attingono al medesimo arsenale narrativo per affrontare i grandi misteri esistenziali, tentando di dar vita a delle contronarrazioni sull’ineludibilità della morte di tutti gli esseri viventi». Esorcizzandone la distruttività. E a lei lasciamo di concludere12 con un’affermazione che è a mio avviso irresistibile. «Le fiabe accolgono di buon grado l’incredulità», ci dice. L’incredulità. Che è l’altro nome dell’attesa e della scoperta. Insomma del futuro, io credo, perché questo tempo in avanti di cui continuamente parliamo, esiste solo quando alla cronologia intrecciamo l’immaginazione. Dando così scacco matto anche all’ultimo e più proibito dei tabù umani. La morte.
Silvia Andreoli
Bibliografia
- Johan Wolfgang Goethe, La fiaba del serpente verde e della bella Lilia, Aubibol
- John Ruskin, Il fiume d’oro, audiolibri, edizioni dell’asino
- Kenneth Grahame, Il drago riluttante, Lindau, ebook
- Rainer Maria Rilke, Storie del buon Dio, TEA
- George Sand, Racconti di una nonna, Marcos y Marcos
- Piero Calamandrei, La burla di primavera, Sellerio
- Luigi Capuana, Il raccontafiabe, Sellerio
- Guido Gozzano, Fiabe, Garzanti
- Gramsci
- Luis Sepúlveda, Il grande libro delle favole, Guanda
- David Grossman, L’abbraccio, Mondadori
- Amos Oz, D’un tratto nel folto del bosco, Feltrinelli
- George Saunders, Volpe 8, Feltrinelli
- Herman Hesse, Le metamorfosi di Piktor, Nemoeditrice ebook
- Rudyard Kipling, Puck il folletto, Adelphi
- Ian McEwan, L’inventore di sogni, Einaudi
- Nelson Mandela, Le mie fiabe africane, Feltrinelli
- E.T.A Hoffman, Il piccolo Zaccheo detto Cinabro, Nottetempo
- Oscar Wilde, Il principe felice e altre storie. Una casa dei melograni, Rusconi editore
- August Strindberg, Fiabe, Feltrinelli
- Michael Ende, Fiabe e favole, oscar Mondadori
- J.R.R. Tolkien, Lettere da Babbo Natale, Bompiani
- Antonio Moresco, Fiabe, Sem
- Jostein Gaarder, Scacco matto. Enigmi, fiabe e racconti, TEA
- Nicolai Lilin, Le fiabe della terra addormentata, Mondadori electa
- Francesco Guccini, Storie liete, fiabe nere tempi andati, Rizzoli
- George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori
- Voltaire, Romans et contes, Flammarion
- Aleksandr Sergeevic Puskīn, Fiaba dello Zar Saltan, di suo figlio il Principe Guidon e della bella Principessa Cigno, Lindau
- Ernst Bloch, Tracce. Apologhi, aneddoti, fiabe, leggende romanzi riletti e trasfigurati tra narrazione e riflessione filosofica, Garzanti
- Mark Twain, Favole erudite per vecchi bambini, Mattioli
- Jacques Prévert, Storie per bambini poco saggi, Guanda
- Murakami Haruki, Ranocchio salva Tokyo, Einaudi
- Anita Nair, La mia magica India. Favole e miti, Donzelli
- Tahar Ben Jelloun, Mes contes de Perrault, Libro
- Stéphane Mallarmé, Contes indiens, Mikrós
- Atiq Rahimi, L’invité du miroir, P.O.L
- Lewis Carroll, La chasse au Snark: Une agonie en huit acces, CreateSpace Independent Publishing Platform
- Antonio Gramsci, Favole di libertà, 4Punte edizioni
- Giorgio Parisi, La mosca Verdolina e altre storie per chi non vuol dormire, Rizzoli

