EXPO 2025 – L’arte rigenera la vita: dall’Italia a Osaka (e ritorno)

Padiglione Italia EXPO 2025

L’arte ha il potere di ‘rigenerare la vita’ – come suggerisce il tema del Padiglione Italia all’Expo 2025 di Osaka, progettato dall’architetto Mario Cucinella – e lo fa restituendole un senso profondo, un nuovo significato, attraverso un gesto interpretativo originario. È un’azione fondamentale, soprattutto oggi, per strumenti tecnologici e digitali che, grazie a questo tocco, possono trasformarsi da semplici artefatti a espressioni vive. È ciò che accade con le ali progettate da Leonardo da Vinci, che da oggetto tecnico e meccanico si fanno slancio vitale nel volo. È la potenza universale della Deposizione di Caravaggio, che diventa gesto proteso verso il futuro. È il coro della Fenice che, librandosi in uno spazio aperto e senza ostacoli, si trasforma in abbraccio, in colonnato classico e insieme proiezione futuribile.

Il Padiglione Italia a Osaka 2025

Il Padiglione Italia a Osaka 2025 racchiude un messaggio che va ben oltre ciò che normalmente ci si aspetterebbe da un’esposizione universale. Le sue colonne non sono solo elementi architettonici, ma richiami simbolici alla città, alle virtù civiche, all’arte che nasce dall’immaginazione e si fa realtà. È un’arte sottile, quasi eterea, eppure resa concreta dall’intelligenza delle mani che l’hanno plasmata. Sembra un’opera collettiva, costruita da generazioni, linguaggi e ritmi di vita che si intrecciano. Così, il tema della città percorre in profondità ogni dettaglio, ogni significato, come un fiume carsico che riemerge in superficie nei momenti chiave. Tutto, nel padiglione, sembra mandare lo stesso messaggio: riprendiamoci il tempo dei verbi al futuro. Non dobbiamo temerlo, perché il futuro è il luogo della progettualità e della creatività. L’arte guarda avanti e racconta ciò che possiamo diventare, ciò che possiamo realizzare.

Un nuovo Rinascimento per la città del futuro

Di Rinascimento non c’è più solo un grande bisogno. C’è un grande sentire.

È come se ci fossero, sparsi nel mondo, i primi tentativi di una fioritura primaverile. Ciascuno avverte – sente – il nuovo che si fa avanti e che si fa spazio nella brezza del mare che lambisce le coste di quella terra che più fra tutte è soggetta al rito e al tempo: il Giappone. Questa terra, sospesa tra il tempo e il rito, parla ad un’altra terra, diversa, fatta di piazze, di case, di musei, di botteghe, di artigiane e artigiani che si sono detti ritorniamo ad essere ciò che siamo o, meglio, ridiventiamo ciò che siamo diventati unendo il passato – il rinascimento civico ed umanista, libero senza confini culturali – con il futuro. Bisogna continuare a parlare di Rinascimento. E bisogna farlo adesso, nel nostro presente. Sul crinale di un nuovo patto sociale fra forme di vita e realtà, fra culture e generazioni. È come abbracciare la città nella sua corale capacità di rigenerarsi. È come traghettare il pensiero verso il futuro senza essere vittime del mito dell’età dell’oro. Il meglio lo costruiamo insieme, e c’è bisogno di un approccio che tenga conto della soggettività umana.

Expo 2025 - Padiglione Italia

Quella ”lieve impronta soggettiva”

Del resto, entrare in una città dal mare o da terra non è la stessa cosa. Perché se ne fa esperienza diversa. Ma ancor di più è diversa la città che vive ciascuno di noi nel quotidiano nonostante vi siano livelli di osservazione e di comportamenti che rimangono eguali a loro stessi, validi per tutti, nello spazio e nel tempo. Ed è proprio oggi, nella città e per la città, che forse diventa possibile (o necessario), con maggiore forza, salienza e intensità, misurare quanto vi sia di riservato all’intervento di quella “lieve impronta soggettiva”, all’intervento della presenza dell’umano nel tessuto delle regole e delle regolarità di comportamenti, ma soprattutto nella modalità di generare significati che hanno una portata collettiva: “Tra i futuri c’è scelta. Ci sono molte luci in fondo al tunnel e molti tunnel arrivano a una luce. Se si vede un solo futuro è propaganda. Ma i futuri alternativi vanno immaginati. E discussi. E valutati: possibili, plausibili, probabili e preferibili”.[1]

L’umanità al tempo dell’AI

Non deve però rassicurarci la preconizzante affermazione di Calvino che riserva all’umano uno spazio di apporto soggettivo dinnanzi ai dati. Oggi siamo chiamati, ed è forse il valore aggiunto storico più grande ed epistemologicamente più forte della trasformazione digitale e dell’intelligenza artificiale, a distillare il quid plus che è, e non potrebbe altro che essere, umano. È proprio quella soggettività, ma non quella idiosincratica, a svolgere la funzione di ratio nascendi e ratio essendi di quel quid plus che chiamiamo fattore umano. Ma se lo spazio aperto alla “lieve impronta soggettiva” c’è, quali sono i nodi gordiani con cui essa si cimenta? Quali sono i fattori di contesto che in modo ineludibile e soprattutto non riducibile a zero chiedono funzionalmente che vi sia un agire risultante dalla compenetrazione fra diverse fonti di input e fra diverse forme di virtù e di sapere che si combinano nelle città? Ecco perché per Kai-Fu Lee, ex presidente di Google China, e Chen Qiufan, astro nascente della fantascienza cinese, il tema principale non è l’IA, ma l’umanità[2]. Così da Osaka l’esperienza che vibra sulle onde del mare fra passato e domani dell’Italia parla già delle città che si pensano migliori. Non perché artefatte. Piuttosto perché viventi.

Il senso di possibilità

‘‘Per riuscire a varcare porte aperte, si deve badare al fatto che gli stipiti sono duri: questo principio, che il vecchio professore aveva seguito per tutta la vita, è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se c’è il senso di realtà, e di questo nessuno dubiterà, poiché è legittimo che esista, allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso di possibilità. Chi lo possiede, non dice ad esempio: «Qui è accaduto, accadrà, o deve accadere questo o quello», ma dirà: «Qui potrebbe, o dovrebbe accadere questo»; e se di qualcosa gli si spiega che è come è, allora penserà: «Certo, ma potrebbe anche essere diversamente». Quindi, il senso di possibilità può essere definito addirittura come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere e di non considerare ciò che è più importante di ciò che non è”. [3] Ecco un’altra parola chiave da prendere in considerazione: ‘possibilità’ – un elemento tipicamente umano, soggettivo, personale, punto essenziale di quel il quid plus di cui prima. Per Borges, uno degli autori più influenti del secolo scorso, la vera conoscenza non nasce dalle certezze, ma dalla capacità di porsi domande e accogliere il dubbio.

Sgretolare le certezze: la lezione di Borges

Ogni arte è così anche un invito a esplorare il possibile, l’ignoto, un labirinto di enigmi che conduce a una comprensione più profonda di noi stessi e della realtà che ci circonda. In un’epoca in cui le certezze si sgretolano, il mondo muta aspetto continuamente e l’innovazione tecnologica porta con sé promesse entusiasmanti e grandi paure, le lezioni che Borges tenne a Harvard nel 1967 e 1968 suonano come un invito fermo e gentile a custodire ciò che ci rende umani: la capacità di dubitare, stupirci, commuoverci e accettare l’incomprensibile. Il senso di possibilità configura una forma di pensare prettamente umana se l’accento viene messo sulla parola “senso”. Sono le stesse parole con cui Leonardo da Vinci rientrando dal volo cammina sulla terra del necessario, ma ormai il cuore ha fatto l’esperienza del volo del possibile. E volerà.

Articolo di

Daniela Piana

Professoressa Riti della legalità nell’era digitale e scienza politica Università di Bologna

 

 

 


[1] https://luissuniversitypress.it/apologia-del-futuro-luca-de-biase-libro-luiss-university-press/

[2] https://luissuniversitypress.it/5-libri-per-capire-la-intelligenza-artificiale-luiss-university-press/

[3] https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-mestiere-della-poesia-jorge-luis-borges-libro-luiss-university-press/

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